sabato 24 giugno 2017

Il Bell'Antonio


Questa primavera un nuovo inquilino si è installato nel piccolo, self-contained, monolocale situato adiacente alla nostra casa, una sorta di dépendance in legno d’acero a tetto spiovente che si affaccia sul giardino e che io scherzosamente amo chiamare la Barchessa.

   Il nostro ospite è un magnifico esemplare di maschio locale, giovane e aitante, dall’andatura spavalda e lo sguardo accattivante accentuato da un ciuffo nero ribelle. Confesso che è così bello da toglierti il fiato con quella sua aria schiva e imperscrutabile.  Diciamola tutta: il nuovo arrivato ha  il fascino intrigante di un bell’Antonio di forgia gallese. Difficile non notarlo.

   La sera rincasa furtivo verso l’imbrunire e altrettanto furtivamente se ne va all’alba, senza che mai si stabilisca un minimo contatto tra noi, né uno scambio di sguardi e men che meno un chiacchiericcio. Infatti predilige l’accesso dal retro del giardino, che lo conduce indisturbato alla sua abitazione privata, piuttosto che servirsi dell’entrata principale che dà sulla via.

   Evidentemente ama difendere la sua privacy, abbiamo dedotto io e mio marito. Ma è una riservatezza così ostentata da stuzzicare in noi mille quesiti. Di fatto la sua presenza dispensa nell’aria una brezza effervescente che ha il profumo stuzzicante dell’enigma e del mistero. In casa ultimamente non si parla d’altro: ma hai visto come se la tira? Chissà dove passa le sue giornate il nostro bell’Antonio. Dici che ce l’ha una femmina con cui spassarsela...?

   Spinti dalla curiosità, al crepuscolo decidiamo di appostarci alla finestra del soggiorno che sta di fronte alla Barchessa, e da lì spiarlo attraverso un piccolo spiraglio che abbiamo lasciato ad arte tra le due tende tirate. Per non sollevare sospetti lo scrutiamo guardinghi e immobili, senza proferir parola; a portata di mano, appoggiato sul tavolino, teniamo un canocchiale così da poterci godere ogni minuzia dello stravagante spettacolo. Ma niente. Niente che ci possa fornire un benché minimo indizio sulla sua esistenza all’apparenza solitaria e routinaria.

   Devo aggiungere che in più occasioni abbiamo notato che quando il cielo si tinge di piombo, il bell’Antonio prontamente rientra nella sua casetta sospesa tra le nuvole, come se fiutasse nell’aria l’odore della pioggia imminente. L’istante in cui rincasa, tutto lucido e baldanzoso e con il petto in fuori, lascia dietro di sé un guizzo colorato, iridescente come l’arcobaleno.

   Certo che tutta la faccenda è diventata un bel dilemma. Per cercare di risolverlo abbiamo chiamato a consulto i nostri vicini. Tra una chiacchiera e l’altra, davanti ad un boccale di birra al pub del villaggio, sono scaturiti attorno al caso del bell’Antonio teoremi strampalati, illazioni tra il serio e il faceto, pettegolezzi d’ intrattenimento. Ora ve ne racconto qualcuno:

   La prima ipotesi – suggerita dal nostro amico Robin - è che si tratti di uno scapolone per scelta e che alle allettanti serate in compagnia di una femmina verace, preferisca invece trascorrere le ore notturne in superba solitudine...

   Mah, questa teoria non convince del tutto la platea; da come l’abbiamo descritto il bell’Antonio non ha esattamente l’aspetto dell’eremita...

   La seconda ipotesi – portata avanti dalla famiglia Richardon compatta - è che  il nostro nuovo ospite sia effettivamente alla caccia di una compagna o, perché no, di un compagno ma che non abbia ancora trovato chi sia degno o degna delle sue attenzioni. ‘Tuttavia,’ prosegue il capofamiglia sgranocchiando un pugno di noccioline, ‘gli consigliamo caldamente di non fare tanto il difficile e di darsi una mossa perché the clock is ticking, ossia la stagione degli amori passa in fretta e anche il bell’Antonio perderà in men che non si dica le sue belle piume.’ A questo punto, una gomitata sul fianco mi rende subito chiara l’allusione all’amico Robin di prima (che è single a quarant’anni suonati).

   E la terza ipotesi? Questa ha trovato d’accordo soprattutto gli uomini maritati. La loro teoria è che in realtà il bell’Antonio una casa ce l’abbia con tanto di moglie e figli al seguito. Lui lavora sodo tutto il santo giorno per dar da mangiare alla prole e provvedere alle necessità dell’intera famiglia. Ma la sera no...! Quando arriva l’imbrunire lui è strastufo; non ne può più di pensare a moglie, figli e suocera e si ritira nella sua casetta in collina per tirare il fiato e almeno le ore notturne starsene bell’e tranquillo senza nessuno che gli rompa l’anima...

   L’ immediata reazione delle mogli crea non poco scompiglio nel pub affollato.

   Tra una malvagità e l’altra e sonori cheers (cin cin), qualcuno mi chiede il perché del nome bell’Antonio. A questo punto prende la parola mio marito e in tono semiserio inizia a decantare ai convenuti il concetto tutto italiano del maschio bel tenebroso, vale a dire dello sciupafemmine... Apriti cielo. ‘Ma allora,’ parte in quarta il nostro vicino Paul alzandosi dalla sedia, ‘non potrebbe essere che il vostro vezzoso ospite tanto macho in realtà non sia e che come il bell’Antonio (di Brancati memoria) soffra di una forma congenita di debolezza fisica tale da mettere in serio dubbio le sue prestazioni amatoriali?’

   ‘Stupidaggini,’ taglio corto io (a questo punto si tratta di salvare la reputazione del maschio italico), ‘il nostro bell’Antonio piace e dispensa grande fascino. Le vostre sono solo insinuazioni spicciole e volgari, partorite dall’invidia di menti contorte.’

   Tornati a casa, rimaniamo di sasso nel constatare che la Barchessa è stranamente deserta. Quella sera e tutte le sere a seguire. Quasi che un uccellino avesse tweettato al bell’Antonio le nostre oscenità...

   Di fatto, il nostro adorato e tanto vituperato ospite, uno straordinario esemplare maschio di cinciallegra, non c’è più. Sparito, nel nulla... Così com’è arrivato, in punta d’ali, il bell’Antonio se n’è volato via lasciandoci irrimediabilmente con l’amaro in bocca. La Barchessa -il suo nido-casetta sospeso sotto il tetto tra le nuvole- da allora è rimasta vuota. Senza più anima.



 

  La Barchessa

  
Il Bell'Antonio in tutto il suo splendore
    

lunedì 15 maggio 2017

Stasera mi butto...


                   

 
Da qualche tempo la mia vicina Dorothy ama trascorrere le serate fuori casa. Una o due volte a settimana se ne va con le amiche a lezione di salsa cubana, baciata, rumba...  Come in una sorta di epifania emotiva, il ballo latino-americano sembra averle improvvisamente schiuso le porte di un universo fino ad allora impensabile, procurandole un ritrovato senso di libertà e, cosa assai importante, le ha ridato il sorriso e la gioia di vivere.

  Questa nuova passione infatti l’ha aiutata a superare un terremoto emotivo dopo che due anni fa il figlio Jack, vendiduenne, fu diagnosticato con una forma di tumore maligno. Quattro cicli di chemioterapia superati e una sofferenza al limite della sopportazione, la famiglia respira. Almeno per ora.

   Ma quando Dorothy rientra a casa la sera dopo il ballo, la figlia Janet esce dalla sua camera e con un moto di stizza l’apostrofa: “Mamma, ti sembra questa l’ora di rientrare? E poi vestita così, ti vedi quanto sei ridicola con i lustrini e i tacchi a spillo...? “

   Dorothy è sulla soglia dei sessantanni e ha cinque figli. Uno dopo l’altro la prole ha abbandonato il nido famigliare per rincorrere una carriera lavorativa nella capitale, Londra. Tutti tranne la più piccola, Janet, che a ventanni vive a casa con mamma e papà.

   Quando ci vediamo per il consueto té settimanale, Dorothy si lamenta della figlia Janet: “Passa le serate chiusa in camera.. con noi parla a monosillabi.. sempre con lo sguardo fisso sul tablet o sullo smart phone a chattare con gli amici, anche a tavola.... E poi continuamente con quell’aria scocciata... Sai che ti dico, di certo non assomiglia a me!”

   L’altra mia amica, Sally, di anni ne ha sessantadue. E’ vedova con due figli adulti. Il più grande, Peter, si è da poco separato ed è tornato a vivere con lei. Sally ride divertita quando l’indomani ci racconta di esserselo ritrovato davanti alla porta di casa, in pigiama e gli occhi gonfi di sonno: “Mamma,  la mezzanotte è passata da un pò, mi preoccupi. Alla tua età... si può sapere cosa ti sta succedendo? La sera arrivi a casa dopo di me...”

   Dorothy e Sally, solo alcuni esempi di donne mature accomunate dalla stessa febbre per la pista da ballo. L’età non conta quando, sulla scia di Ballando con le stelle (che qui si chiama Strictly Come Dancing), si tratta di tuffarsi nel vortice di salsa, tango e cià cià cià.

   Una sera a settimana,  le mie amiche si trasformano: indossano il vestito attillato e con le ali ai piedi scivolano in pista. Travolte da un ritmo incalzante, si buttano nell’arena tra le braccia di danzatori spesso più giovani e sconosciuti, volteggiando al ritmo di appassionate melodie afro-cubane. Con i compagni di una vita –restii a seguirle a passo di danza--  hanno raggiunto un accordo: tu esci la sera con gli amici o passi la domenica a giocare a golf? Io amo ballare.

   Semmai sono i figli che faticano a sincronizzarsi sulla nuova lunghezza d’onda delle loro mamme. Oggi la tendenza tra i giovani inglesi (e non solo) sembra quella di trascorrere il tempo libero a casa. Una generazione di figli casalinghi e sedentari che ama viaggiare più sui circuiti della rete che della strada, che preferisce muoversi tra le piste della PlayStation o conversare nelle piazze virtuali dei social media. Come amici hanno tivù, computer, tablet, smartphone o iPod. E girano perennemente schermati dagli auricolari. Uscire per socializzare vis-a-vis o praticare uno sport significherebbe dover cambiare uno stile di vita che negli ultimi dieci anni è diventato standard tra i ragazzi occidentali.

    Tuttavia, quando si tratta della generazione che ha superato da un pezzo la mezza età,  è evidente che la tendenza inizia ad invertirsi sia in Inghilterra che in Italia e nel resto d’Europa. Alle serate tra le pareti domestiche, soprattutto le donne oggi sembrano preferire l’adrenalina della pista da ballo, un microcosmo di sensualità, vitalità e frenesia in cui perdersi e sentirsi libere.

   “Ho trascorso più di trentanni a scorazzare i figli avanti e indietro, corsi di piano, nuoto, danza, feste con gli amici...” mi racconta Dorothy. “Ora sento di avere il diritto di godermi la vita. Che c’è di male? E poi ballare mi mette il buon umore!”

    “Mamma,” le dice Janet “ ma che diranno le mie amiche o peggio le loro mamme che te ne vai a ballare e mi lasci a casa da sola?”

   “Tesoro,” risponde Dorothy con un sorriso, “se una sera decidi di venire con me, ti stupirai nel constatare che non sono l’unica mamma in pista. Le tue amiche non sanno cosa si perdono!”. E poi, allungando la mano verso la figlia, “che ne dici se proviamo insieme a ‘danzare’ via la noia?”

  

De Facto:

   Secondo uno studio dell’Ofcom (l’autorità competente per le comunicazioni nel Regno Unito) il numero delle ore trascorse on line dai ragazzi inglesi è più che triplicato nell’ultimo decennio passando dalle 10 ore e 24 minuti per settimana alle 27 ore e 36 minuti, quindi una media di quasi quattro ore al giorno, alle quali vanno aggiunte le 3 o 4 ore davanti al televisore.   

   Abitudini che si rispecchiano nei giovani italiani. Secondo uno studio della Sip (Società italiana di pediatria) aumenta il numero dei ragazzi che non praticano né sport né alcuna attività fisica, una parabola discendente al crescere dell’età. Si tratta di un’ inclinazione che oggi tende ad uniformare i giovani europei in un universo comune di sedentarietà e ‘casalinghità’.

   A Dorothy dà ragione anche il New England Journal of Medicine che in una recente pubblicazione stabilisce che il ballo fa particolarmente bene agli ultrasessantenni perché, oltre agli ovvi benefici cardiovascolari, esso integra diverse funzioni cerebrali coinvolgendo le nostre capacità di coordinazione, quindi mettendo contemporaneamente in atto processi cinestetici, razionali, musicali  ed emozionali. Tutte abilità che favoriscono l’acutezza mentale, aiutano a tenerci in forma e aumentano il  nostro buonumore.

   Inoltre,  è stato dimostrato che ballare con una certa assiduità aiuta a rallentare l’invecchiamento del cervello del 76%. Di conseguenza oggi i medici considerano il ballo come un mezzo per combattere l’Alzheimer e la demenza senile, malattie destinate a raddoppiare ogni ventanni se non si trovano cure efficienti (Trinity College, Dublin, Strategies for successful ageing, Febbraio 2016, World Health Organization).

giovedì 23 febbraio 2017

Anna e Patrick




Ho trascorso alcuni giorni a Londra, zona South Kensington, ospite di mia nipote Anna e del suo ragazzo Patrick, che a dispetto del nome e’ 100% italiano. Sono una coppia giovane e molto carina - entrambi appena ventenni e innamorati. Li osservo mentre giocano, si abbracciano, si baciano... e sembrano ridersela del mondo...
   A Londra -metropoli  che non amano perche’ a loro dire troppo caotica e spersonalizzata - non hanno fatto amicizie importanti. Vivono l’uno per l’altra e gioiscono del rapporto di intimita’ e di amore che stanno costruendo insieme. Un legame forte che si spera duri nel tempo.
   Lavorano nella centralissima Baker Street, in una pizzeria italiana, assieme a ragazzi di altre nazionalita’. Tutti poco piu’ che ventenni.  Tutti a Londra per guadagnare qualche soldo (circa 5 sterline all’ora) lavorando sei giorni a settimana con turni che vanno fino a notte tarda.
   Su e giu’ dalla metro (costa dalle 32 alle 38 sterline a settimana), avanti e indietro tra i tavolini della pizzeria o sotto le scale ad impastare... sempre con il fiato corto, le loro giornate si dividono tra il sottoterra, lo smog  e le luci al neon, con rari momenti di liberta’. Nonostante lavorino gomito a gomito con gli altri ragazzi, accomunati dalla stessa snervante routine quotidiana, osservo che non si e’creato un rapporto di amicizia, men che meno di solidarieta’. Anzi....  In realta’ avverto una punta di gelosia che quasi rasenta l’astio, proprio nei confronti di Anna e Patrick.
   Allora rifletto tra me e me: come potrebbe essere altrimenti? Anna e Patrick sono nella City per volonta’ dei genitori, non per una stretta necessita’ economica. Spediti qui per farsi un’esperienza, imparare l’inglese e per... ‘svegliarsi’!  La metropoli non rientrava neppure nelle loro aspirazioni e sembrano guardare la realta’ sfiorandola in superficie.
   Per il momento sono fortunati , penso, perche’ vivono stabilmente a casa, come la maggior parte dei loro coetanei italiani: sono i genitori a provvedere alle loro esigenze fondamentali.   Il lavoro, la ricerca di un’occupazione seria e stabile, le decisioni importanti della vita, quelle verranno dopo. Diversa e’ la posizione dei tanti ragazzi che emigrano in UK per cercare lavoro e crearsi un futuro. La maggior parte di loro comincia proprio dalla ristorazione.
   Ne ho incontrati diversi  di italiani in giro per Londra: giovani ventenni ma anche trentenni che lavorano nei tanti bar, ristoranti, pizzerie... Quando avvertono la parlata italiana mi sorridono e incominciamo a chiacchierare. Alcuni sono laureati, come Michele che ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia  a Padova e ha lasciato Conegliano gia’ da alcuni anni. Ora vende liquirizia e doughnuts in uno stand di gastronomia al Borough Market nella South Bank. “Lo stipendio e’ buono e il posto e’ sicuro” mi dice, “con la mia laurea cosa avrei trovato in Italia?”.
   Oppure Andrea che fa il cameriere in un caffe’ francese a Paddington Station aspirando di passare ai servizi ospedalieri come addetto alle pulizie nelle corsie,ma con la speranza di salire la scala sociale e diventare un giorno operatore sanitario e, chissa’, magari nurse, infermiere (ma  anche qui e’ indispensabile una laurea).
   “Com’e’ oggi la situazione economica in Italia?” mi chiede qualcuno, “ pensa che sia un rischio tornare a casa? E’ migliorato qualcosa da quando siamo partiti?” Non ho saputo dare una risposta precisa. Vivo da anni qui in Gran Bretagna e nonostante torni al paese tutti gli anni, neppure io ho chiara la situazione economica o politica italiana di oggi. Certamente non quella dell’occupazione e delle opportunita’ di carriera per i giovani. Allora che dire? Cosa consigliare a chi si aspetta una risposta da te?
   Li’ per li’ mi son sentita di raccomandare loro di cercare di non vivere in un ‘ghetto italiano’ ma di frequentare circoli inglesi cosi’ da perfezionare la lingua – una buona padronanza dell’inglese  puo’ fare la differenza quando cerchi un lavoro in Italia...
   Ho anche suggerito loro di sfruttare il tempo libero (che e’ pochissimo e’ vero...) per frequentare dei corsi universitari on line (ce ne sono tantissimi e offrono una laurea, per esempio la Open University), di studiare per  ottenere delle qualifiche e avere cosi’ accesso a un posto di lavoro che non sia solo di sopravvivenza. Insomma di qualificarsi professionalmente per uscire da questo pantano...
   Mah...
   E tu, al posto mio, cosa avresti risposto?  Come avresti reagito?

                                                                
         

lunedì 16 gennaio 2017

A Giacomo



A Giacomo, fratello e anima gentile





Accendero' una candela per te,
per dissolvere il buio,
e benedire i giorni
che abbiamo trascorso insieme.

Come un faro nella notte,
la fiamma brillera'
per guidarci lungo il cammino.

Oggi accendo una candela per te,
che generosa dispensera' la luce,
mentre, gentile e silenziosa,
lentamente svanisce...


domenica 26 giugno 2016

C'era una volta la Gran Bretagna


 Pubblicato (in forma ridotta) sul settimanale Donna Moderna N.30 del 13 luglio 2016, pag.7


Disclaimer: Questo scritto non rappresenta un’analisi politica ma la mia opinione personale


Da subito ho imparato a riconoscere il brivido lungo la schiena quando, scendendo dalla scaletta dell’aereo, venivo accolta da una raffica di vento gelido e da un’umidita’ che ti penetra nelle ossa. D’istinto alzi lo sguardo verso il cielo, immancabilmente plumbeo, che ti riga la faccia con le sue lacrime pungenti. Stringermi addosso la giacca e piegarmi in avanti a testa bassa come un toro che carica, e’ diventata la mia seconda natura. Non sai mai che cosa ti aspetta una volta attraversata la Manica e non c’e’ quindi da stupirsi che parlare del tempo sia l’argomento di conversazione nazionale.
   Ho anche imparato ad apprezzare la tipica indifferenza inglese, quella che viene spesso scambiata per self control o per freddezza emotiva.... Chiamatela come volete questa propensione anglosassone a prendere le cose con filosofia, senza grandi drammi, senza troppa passione, insomma senza quella focosita’ italica che a noi ci fa spesso perdere il senno e la misura delle cose.
   Ho imparato ad ingoiare la rabbia ogni volta che non riesco ad esprimermi esattamente come vorrei  –vuoi per la lingua che non sentiro’ mai come madre-lingua, vuoi per questa loro ossessione per il politically correct e questo continuo ragionare a toni cauti e pacati senza mai trascendere... Insomma la rabbia per non poter chiamare pane al pane e vino al vino .... cosi’ che quando a casa vado in bestia passo direttamente al dialetto... li’ si’ che riesco finalmente a dire chiaramente quello che penso, senza tanti mezzi termini.
   Ho imparato ad amare i gallesi perche’ gente dura e tenace, abituati a lavorare nelle viscere della terra, nel buio pesto delle miniere di carbone e cobalto; ad ammirare i Welsh farmers, i pastori temprati  da una vita di difficolta’, sempre in balia degli elementi  e dei tifoni  che qui arrivano direttamente dall’Atlantico perche’ non ci sono montagne alte a sbarrare loro la strada.
   Ho assimilato la pazienza britannica e non solo nell’aspettare il mio turno in fila senza sbuffare indispettita o peggio zizagare tra le persone per infilarmi in pole-position. Ho anche capito da tempo che mi conviene  accettare con un sorriso certi pregiudizi verso gli italiani (si sa, quelli sono duri a morire!) e  sentirmi salutare con un Ciao Bella non appena capiscono che sono di italiche origini. Realta’ vuole che quando sei qui rappresenti il tuo Paese e devi essere pronta a spiegare certe scelte politiche o atteggiamenti nazionali che tu stessa non approvi o che a malapena riesci a decifrare.
   Ho imparato a cliccare automaticamente sull’emisfero sinistro del cervello anziche’ su quello di destra, piu’ familiare e istintivo. Oltre a guidare, camminare, nuotare, biciclettare a sinistra, qui quando ti  salutano ti baciano da sinistra a destra. Ma non solo quello. E’ tutto un mondo concepito da un punto di vista diverso e non per niente l’emisfero di sinistra e’ quello della logica e della razionalita’ e quello di destra della creativita’, della spiritualita’ e del sogno. Insomma ho sempre fatto una gran fatica ad adattarmi al British savoir- faire e restare con i piedi ben piantati per terra.
   Ho anche ammirato e poi acquisito il principio della tolleranza verso tutto cio’ che e’ diverso da me. Questo ha significato il non girarmi incuriosita per osservare una coppia di uomini o di donne che cammina tenendosi stretti per mano o che si scambia un bacio. Ma anche e soprattutto il rispetto, perche’ si sa che la tollerenza non puo’ esistere senza il rispetto per l’ essere umano. E cosi’ ho imparato a considerare che nella vita siamo tutti diversi ma intimamente interconnessi, legati l’uno all’altro come in un gioco di domino. Qui ho capito che il giudizio inflessibile non puo’ portare a nulla di buono.
   Ho soprattutto incrementato la mia self-confidence, la confidenza del mio essere donna, oggetto esattamente della stessa stima, attenzione e considerazione che si ha per un uomo. Ne ho avuto la conferma un giorno parlando con i builders,i muratori che erano venuti a sistemare il portico. Avevo spiegato loro che mio marito non era in casa e cosi’ anziche’ rispondermi che, vabbe’, ne avrebbero parlato con lui il giorno dopo (cosa che sinceramente speravo), no... assieme all’architetto hanno cominciato a spiegarmi per filo e per segno che cosa non andava e quindi mi chiesero di prendere una decisione li’ su due piedi. Li guardai stupefatta e  non solo per il fatto che non avevo capito un’acca. Ma come.... balbettai .... io? ... E poi ecco, la stupidita’ fatta persona, l’abitudine al nascondermi  “dietro le quinte”: “Ma io sono una donna e non ne so di queste cose.”  La loro risposta arrivo’ diretta come un siluro: “Guardi che in questo Paese siamo abituati a considerare l’opinione delle donne.”
Che cosa c’e’ di diverso allora? Che cosa e’ cambiato in tutto questo mi chiedo?
   E’ il fatto che questa mattina l’Inghilterra si e’ svegliata diversa: piu’ chiusa su stessa e meno open-minded , meno aperta di vedute. C’e’ che il Referendum sull’Europa ha diviso una nazione. C’e’ il fatto che sono amareggiata. Di piu’, rattristata. Di piu’, preoccupata. No, di piu’. Sono delusa. Delusa da questa Gran Bretagna che avevo imparato ad amare e a considerare un po’  come la mia seconda patria. Per la prima volta mi sento a disagio e il senso di diversita’ ha cominciato ad insinuarsi dentro di me come la nebbia leggera del mattino. La campagna referendaria ha puntato tutto sulla paura e l’invidia. La paura dell’immigrazione - ed ecco perche’ oggi mi sento un po’ meno welcome , meno benvenuta e piu’ foreigner, straniera - l’invidia verso l’establishment e cioe’ verso tutto cio’ che Londra rappresenta. In queste valli l’Europa e la globalizzazione non sembrano aver portato benefici evidenti.
   Gia’ mi sentivo a mio agio in questo Paese in cui abito, il Galles, che avevo iniziato a chiamare home, casa. In questa terra dai vasti pascoli che profumano di erica e sambuco,  dove l’orizzonte si allunga come una gigantesca ombra verde fino a toccare il cielo e il mare. Oggi il Galles si riscopre meno tollerante e piu’ razzista, piu’ povero e sempre piu’ furioso contro i politici, i ricchi, i benestanti, i capitalisti che abitano nella City. Oggi il Galles, che ha votato contro l’Europa, si riscopre tutto sommato non cosi’ diverso da altri Paesi europei dove spirano i forti venti del nazionalismo e del razzismo.
   Oggi mi chiedo se la Gran Bretagna e in particolare il Galles che amavo e avevo fatto mio, siano in realta’ un prodotto della mia fantasia , qualcosa che ho idealizzato cosi’ come a volte si idealizza un uomo o una donna e poi si scoprono lati e spigoli del carattere che ci fanno disinnamorare.  Arrriva un giorno in cui ti chiedi: amo ancora questo Paese? Ma allora mi sono sbagliata io? Forse non sono riuscita a capire, a vedere fino in fondo la realta’?   Time will tell! Il tempo lo dira’ se le qualita’ che amo in questa gente riemergeranno dalle acque torbide che al momento sembrano prevalere.
   Mio fratello mi ha fatto notare: "Anche duemila anni fa c’e’ stato un Referendum a Gerusalemme e quella volta ha vinto Barabba! Non sempre un Referendum e' prova di democrazia."
 

"To build may have to be a slow and laborious task of years.To destroy can be a thoughtless act of a single day."
"Costruire puo' essere un compito lento e laborioso di anni. Distruggere puo' essere un atto avventato di un singolo giorno"
Winston Churchill, 29 September 1959

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lunedì 23 novembre 2015

Dov'e' la mia casa?


Questo post e' stato pubblicato su www.amichedifuso.com, il sito delle donne italiane all'estero, e sull'Antologia AA.VV. L'Altro, opere sulla diversita' del genere umano, di BraviAutori.it, 2016

 "La patria di un uomo che può scegliere è là dove arrivano le nubi più vaste" A. Malraux

L’inglese l’ho sempre amato e non solo come lingua. Shakespeare, Jane Austen, Joyce… sono autori che continuano ad affascinarmi. E infatti in inglese mi ci sono laureata e ho dedicato parte della mia vita ad insegnarlo agli altri. Ma gli inglesi? No, quelli proprio no: smilzi e pallidi come un lenzuolo. Quando mi hanno presentato colui che sarebbe diventato mio marito è proprio così che ho pensato: non fa per me! Ma come dice il vecchio adagio? Mai dire mai!

   Ed è così che sette anni dopo mi ritrovo a vivere tra i visi pallidi, nel Paese del vento e della pioggia. Le mie fedeli amiche italiane non perdono occasione per rammentarmelo: “ah…ah…ah… chi l’avrebbe mai detto?” Spesso me lo chiedo anch’io, chi l’avrebbe mai detto? L’espatrio non era certo nei miei piani. Comunque non al seguito di un uomo. Mi ero appena sistemata in un nuovo appartamento così da essere in posizione strategica tra il posto di lavoro e i luoghi per le attività del mio tempo libero. Insomma ero organizzata in una vita da single, libera e indipendente, abituata ad avere l’armadio zeppo e il frigorifero costantemente vuoto.

   Il villaggio in cui vivo ora non conta neppure duecento anime. Si trova nella Valle di Glamorgan a Sud del Galles, dove ci sono più pecore che abitanti. Al centro del paesino c’è uno stagno con due coppie di anatre germano reali, dal quale si dipartono a raggiera sei vicoli abitati. Abbiamo una chiesetta del 1.100 e un pub quasi altrettanto vecchio che ha appena riaperto i battenti dopo due anni di inattività dovuta ai pochi avventori.
   La vita qui scorre tranquilla tra chiacchiere e tea parties. Trovo che i gallesi siano molto friendly, senza il riserbo e l’impassibilità che spesso contraddistinguono i cugini inglesi. Capita infatti che te li ritrovi in cucina, proprio così, entrati senza preavviso…. un po’ come succedeva da noi prima che subentrasse la fobia dei ladri. Quando vado a farmi un giro in bici (tempo permettendo!), in venti minuti raggiungo la costa frastagliata e mi inebrio la vista e il cuore. Mi riempio i polmoni del sapore salmastro dell’oceano.
    Vabbé, all’inizio non è stato facile. Direi che è come imparare ad andare in bicicletta: cadi, ti fai qualche livido ma poi ti rimetti in sella e ci riprovi, finché non trovi l’equilibrio. E’ allora che ti godi il senso di libertà. A volte succede anche che mi senta un po’ tagliata fuori: la capitale è un miraggio lontano (andare a Londra da qui è un’impresa) e l’Italia non è sempre facile da raggiungere, devo affidarmi alla Ryanair, compagnia aerea che però smette i voli da novembre a Pasqua.
   Adesso, se proprio la devo dire tutta (la verità) ci sono certe idiosincrasie degli inglesi che ancora non riesco a mandar giù. Vanno sempre a sinistra –a piedi, in bici, in macchina, a cavallo, a nuoto, per le scale – fuorché in politica (non secondo i canoni europei). E poi affettano il panettone come fosse prosciutto crudo e il crudo come fosse un panettone. Senza parlare del fatto che sono sempre bastian contrario: l’euro NO, l’ Europa? … uhm… Not sure, NO feste comandate infrasettimanali, NO miscelatori per i rubinetti dell’acqua calda e fredda e … NO bidet! Giusto per elencarne qualcuna…
   Ma alla fine mi dico “eddai, che importanza hanno tutte queste bizzarrie britanniche?” E’ qui, precisamente in questa terra di Celti e di nomi impossibili (mi ci sono voluti due anni solo per riuscire a pronunciare il nome del mio villaggio), è proprio qui, tra i pascoli e le nuvole sempre in movimento, che ho trovato la mia serenità, il rispetto, l’amicizia, l’affetto e soprattutto … l’amore.
Ho trascorso le vacanze nella mia cittadina natia, nel Veneto orientale. Come sempre in pochi giorni devi farci stare un sacco di cose, la famiglia, gli amici. E’ bello riassaporare vecchi ricordi, cibi e aromi; rivedere luoghi e persone care. Insieme si chiacchiera, si mangia, si ride. Ma ecco che, inaspettatamente, una parte di me si estranea. D’un tratto mi sento un po’ the odd one out, come dire un’intrusa nel gruppo. Sono qui tra gente che conosco da una vita ma è come se non ci fossi.
   Il diavoletto che è dentro di me riaffiora e comincia a guardarsi attorno con quel senso critico che avevo sempre destinato agli inglesi. Così ora fatico a ritrovarmi nelle infinite discussioni con i miei connazionali, nelle solite diatribe politiche italiane (ma perché si scaldano tutti così tanto?) o negli infuocati discorsi sugli extracomunitari (ma sono davvero la causa dei problemi italiani? Hanno mai provato questi signori che cosa significa vivere all’estero ed essere tu stessa una migrante?) o ancora una serpeggiante arroganza scambiata per orgoglio nazionale…
   Dov’è la mia casa? mi vien fatto di chiedermi allora come il vecchietto nel film Amarcord di Fellini. Mi sento anch’io immersa nella nebbia, in una foschia emozionale che confonde il mio senso di appartenenza. Dov’è la mia casa, in Gran Bretagna dove vivo o in Italia dove sono nata e cresciuta? Finirà mai questo zigzagare fisico ed emotivo tra una sponda e l’altra del mare? O forse questo sentimento che provo si riconduce in realtà ad un cerchio, metafora di un viaggio che mi riporta perennemente a ripartire e a ricominciare? Pensieri ad alta voce …
    “Your home is with me, no matter where we are. La tua casa è con me, non importa dove siamo” suggerisce serafico mio marito dalla sua armchair…

E tu che ne pensi? Dov'e' la tua casa?

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mercoledì 8 luglio 2015

E vissero felici e contenti


“Laura, vieni in chiesa domenica mattina?” L’invito di Kathy, la moglie del nostro vicario (a differenza dei ‘cugini’ cattolici i sacerdoti anglicani sono sposati con prole) mi aveva colto di sorpresa. Ci eravamo incrociate per caso al banco del pesce da Tesco, il locale supermercato.
   “Ma, veramente....” cercai di tergiversare.
   “Come on" m'incalzo' lei "ci sara’ il pet service. Credo che ti piacera’...”.
   “Pet... cosa?” le chiesi perplessa. Sapevo che pet e’ il termine generico per animali domestici e che service significa messa. Ma che senso aveva... la messa degli animali?
   “Certo” mi spiego’ Kathy paziente, intercettando forse la titubanza di un’italiana cresciuta in un diverso ambiente (nello specifico cattolico di tradizione) e non sempre pronta ad abbracciare manifestazioni della cultura autoctona. “Ogni anno celebriamo nella chiesetta del villaggio una messa speciale per festeggiare i nostri fedeli amici animali. Per la maggior parte si tratta di compagni a quattro zampe, grandi e piccoli: cani, gatti, conigli, tartarughe ... ma anche pesciolini rossi o pappagallini. Insomma tutti gli animali che condividono la nostra quotidianita’ sono invitati all’altare per celebrare God’s Creation”.
   Non era la prima volta. Puntualmente venivo invitata non solo alla messa domenicale ma anche a tea e soup parties tenuti all’interno dell’antica chiesetta, nello spazio tra l’altare e i banchi dei fedeli. Sono appuntamenti in cui la piccola congregazione si ritrova per sorseggiare il te’, assaggiare dolci o degustare zuppe fumanti, il tutto organizzato dalle donne del villaggio. Lo scopo e’ quello di conoscersi, socializzare, rafforzare lo spirito comunitario e raccogliere donazioni per la chiesa.
   Nonostante i dichiarati buoni propositi, queste iniziative mi hanno spesso lasciata sospesa in un dubbio amletico: se da un lato apprezzo il desiderio di volermi includere nel loro mondo, dall’altro tendo a considerarle delle stravaganze anglosassoni. Robe da non credersi - pensai allora tra me - mangiare e bere in chiesa e ora anche gli animali ... Ma guarda questi quante se ne inventano pur di riempire i banchi della chiesa...  Infatti c’e’ da sapere che i britannici raramente mettono piede nei luoghi di culto se non per matrimoni, battesimi e funerali. Secondo una recente statistica, solo il 6% della popolazione attende ai riti religiosi, con un’eta’ media di 51 anni.  
   A meta’ tra lo scettico e il curioso decisi comunque di accettare l’invito della ‘vicaria’. Se non fosse che di pets non ne avevo. La mia gatta, la storica Bigia, l’avevo lasciata a casa di Franco, il mio vicino, quando mi trasferii in Galles cinque anni prima (non senza un comprensibile trauma affettivo). Franco l’adora, ricambiato. Tant’e’ che da allora la Bigia non mi degnava piu’ di uno sguardo. Quando rientravo in Italia lei faceva la smorfiosa e scappava via oppure, se ero fortunata, arruffava il pelo e mi piantava le unghie nella pelle. Insomma, non mi aveva ancora perdonato lo sgarro di essermene andata.  Cosi’ quella domenica pensai che una benedizione dal vicario le avrebbe fatto proprio bene. E partii per il pet service con la foto della Bigia.
   




 
Bigia

  
In chiesa sembrava di essere entrati nella sala d’attesa di un veterinario. Stesso odore animale, cani scodinzolanti, occhi felini che ti scrutavano, criceti a correre forsennati su una piccola ruota e poi pesciolini rossi in vaschetta, conigli e quant’altro...  Solo che qui avevano tutti un aspetto piu’ rilassato e felice, soprattutto i proprietari per la maggior parte bambini.      Be praised, my Lord, through all Your creatures... Come non riconoscere il Cantico delle Creature di San Francesco: Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature ... Mi ricordai allora che in terra italica, a Siena, si benedicono i cavalli in chiesa prima del Palio e poi rividi antichi affreschi e vecchie letture secondo le quali in passato nelle nostre chiese si benedivano mucche e porcelli perche’ la morte di uno di questi animali avrebbe causato un disastro economico alla famiglia. Cosi’ con questo pensiero in mente mi avvicinai all’altare tra adulti sorridenti, bimbi esultanti e animali festanti per la benedizione del vicario e un corale Hosannah, Alleluiah!
   Tutto questo succedeva esattamente un anno fa. Quest’anno non sono potuta recarmi all’annuale appuntamento del pet service. Peccato, perche’ e’ successa una cosa che ha dell’incredibile. Ora ve la racconto per filo e per segno, cosi’ come me l’ha riferita Kathy, la moglie del vicario, incrociata anche questa volta per caso dal panettiere.
   Due bambini hanno chiesto al vicario di poter tenere in chiesa uno speciale wedding, ossia il matrimonio tra i loro due cagnolini, Pepper e Wilf. Cerimonia di nozze che si e’ celebrata con la benedizione della coppia nuziale seduta su apposite sedie di velluto rosso, la chiesa decorata per l’occasione e le foto di rito per immortalare l’evento. Il vicario ha poi pronunciato una preghiera speciale per i due insoliti innamorati, presente la comunita’di fedeli. Improvvisamente, ad omaggiare i novelli sposi, si sono presentate alla porta della chiesetta (ospiti non invitate) le quattro papere dal vicino stagno, in fila indiana, impettite e scintillanti nella loro livrea. E per un attimo si e’ temuto una cagnara (e’ proprio il caso di dirlo).



Wilf e Pepper alla cerimonia nuziale

   Chissa’ se durera’ questo sodalizio canino - mi chiedo ora - dato che i cani sono notoriamente dei maschi infedeli...
Ah, dimenticavo di dirvi che sara’ pure una coincidenza, ma dal giorno della benedizione della foto al pet service, la Bigia (che ha compiuto a giugno 14 anni suonati) sembra diventata un tantino piu’ mansueta...


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E vissero felici e contenti!