giovedì 23 febbraio 2017

Anna e Patrick




Ho trascorso alcuni giorni a Londra, zona South Kensington, ospite di mia nipote Anna e del suo ragazzo Patrick, che a dispetto del nome e’ 100% italiano. Sono una coppia giovane e molto carina - entrambi appena ventenni e innamorati. Li osservo mentre giocano, si abbracciano, si baciano... e sembrano ridersela del mondo...
   A Londra -metropoli  che non amano perche’ a loro dire troppo caotica e spersonalizzata - non hanno fatto amicizie importanti. Vivono l’uno per l’altra e gioiscono del rapporto di intimita’ e di amore che stanno costruendo insieme. Un legame forte che si spera duri nel tempo.
   Lavorano nella centralissima Baker Street, in una pizzeria italiana, assieme a ragazzi di altre nazionalita’. Tutti poco piu’ che ventenni.  Tutti a Londra per guadagnare qualche soldo (circa 5 sterline all’ora) lavorando sei giorni a settimana con turni che vanno fino a notte tarda.
   Su e giu’ dalla metro (costa dalle 32 alle 38 sterline a settimana), avanti e indietro tra i tavolini della pizzeria o sotto le scale ad impastare... sempre con il fiato corto, le loro giornate si dividono tra il sottoterra, lo smog  e le luci al neon, con rari momenti di liberta’. Nonostante lavorino gomito a gomito con gli altri ragazzi, accomunati dalla stessa snervante routine quotidiana, osservo che non si e’creato un rapporto di amicizia, men che meno di solidarieta’. Anzi....  In realta’ avverto una punta di gelosia che quasi rasenta l’astio, proprio nei confronti di Anna e Patrick.
   Allora rifletto tra me e me: come potrebbe essere altrimenti? Anna e Patrick sono nella City per volonta’ dei genitori, non per una stretta necessita’ economica. Spediti qui per farsi un’esperienza, imparare l’inglese e per... ‘svegliarsi’!  La metropoli non rientrava neppure nelle loro aspirazioni e sembrano guardare la realta’ sfiorandola in superficie.
   Per il momento sono fortunati , penso, perche’ vivono stabilmente a casa, come la maggior parte dei loro coetanei italiani: sono i genitori a provvedere alle loro esigenze fondamentali.   Il lavoro, la ricerca di un’occupazione seria e stabile, le decisioni importanti della vita, quelle verranno dopo. Diversa e’ la posizione dei tanti ragazzi che emigrano in UK per cercare lavoro e crearsi un futuro. La maggior parte di loro comincia proprio dalla ristorazione.
   Ne ho incontrati diversi  di italiani in giro per Londra: giovani ventenni ma anche trentenni che lavorano nei tanti bar, ristoranti, pizzerie... Quando avvertono la parlata italiana mi sorridono e incominciamo a chiacchierare. Alcuni sono laureati, come Michele che ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia  a Padova e ha lasciato Conegliano gia’ da alcuni anni. Ora vende liquirizia e doughnuts in uno stand di gastronomia al Borough Market nella South Bank. “Lo stipendio e’ buono e il posto e’ sicuro” mi dice, “con la mia laurea cosa avrei trovato in Italia?”.
   Oppure Andrea che fa il cameriere in un caffe’ francese a Paddington Station aspirando di passare ai servizi ospedalieri come addetto alle pulizie nelle corsie,ma con la speranza di salire la scala sociale e diventare un giorno operatore sanitario e, chissa’, magari nurse, infermiere (ma  anche qui e’ indispensabile una laurea).
   “Com’e’ oggi la situazione economica in Italia?” mi chiede qualcuno, “ pensa che sia un rischio tornare a casa? E’ migliorato qualcosa da quando siamo partiti?” Non ho saputo dare una risposta precisa. Vivo da anni qui in Gran Bretagna e nonostante torni al paese tutti gli anni, neppure io ho chiara la situazione economica o politica italiana di oggi. Certamente non quella dell’occupazione e delle opportunita’ di carriera per i giovani. Allora che dire? Cosa consigliare a chi si aspetta una risposta da te?
   Li’ per li’ mi son sentita di raccomandare loro di cercare di non vivere in un ‘ghetto italiano’ ma di frequentare circoli inglesi cosi’ da perfezionare la lingua – una buona padronanza dell’inglese  puo’ fare la differenza quando cerchi un lavoro in Italia...
   Ho anche suggerito loro di sfruttare il tempo libero (che e’ pochissimo e’ vero...) per frequentare dei corsi universitari on line (ce ne sono tantissimi e offrono una laurea, per esempio la Open University), di studiare per  ottenere delle qualifiche e avere cosi’ accesso a un posto di lavoro che non sia solo di sopravvivenza. Insomma di qualificarsi professionalmente per uscire da questo pantano...
   Mah...
   E tu, al posto mio, cosa avresti risposto?  Come avresti reagito?

                                                                
         

lunedì 16 gennaio 2017

A Giacomo



A Giacomo, fratello e anima gentile





Accendero' una candela per te,
per dissolvere il buio,
e benedire i giorni
che abbiamo trascorso insieme.

Come un faro nella notte,
la fiamma brillera'
per guidarci lungo il cammino.

Oggi accendo una candela per te,
che generosa dispensera' la luce,
mentre, gentile e silenziosa,
lentamente svanisce...


domenica 26 giugno 2016

C'era una volta la Gran Bretagna


 Pubblicato (in forma ridotta) sul settimanale Donna Moderna N.30 del 13 luglio 2016, pag.7


Disclaimer: Questo scritto non rappresenta un’analisi politica ma la mia opinione personale


Da subito ho imparato a riconoscere il brivido lungo la schiena quando, scendendo dalla scaletta dell’aereo, venivo accolta da una raffica di vento gelido e da un’umidita’ che ti penetra nelle ossa. D’istinto alzi lo sguardo verso il cielo, immancabilmente plumbeo, che ti riga la faccia con le sue lacrime pungenti. Stringermi addosso la giacca e piegarmi in avanti a testa bassa come un toro che carica, e’ diventata la mia seconda natura. Non sai mai che cosa ti aspetta una volta attraversata la Manica e non c’e’ quindi da stupirsi che parlare del tempo sia l’argomento di conversazione nazionale.
   Ho anche imparato ad apprezzare la tipica indifferenza inglese, quella che viene spesso scambiata per self control o per freddezza emotiva.... Chiamatela come volete questa propensione anglosassone a prendere le cose con filosofia, senza grandi drammi, senza troppa passione, insomma senza quella focosita’ italica che a noi ci fa spesso perdere il senno e la misura delle cose.
   Ho imparato ad ingoiare la rabbia ogni volta che non riesco ad esprimermi esattamente come vorrei  –vuoi per la lingua che non sentiro’ mai come madre-lingua, vuoi per questa loro ossessione per il politically correct e questo continuo ragionare a toni cauti e pacati senza mai trascendere... Insomma la rabbia per non poter chiamare pane al pane e vino al vino .... cosi’ che quando a casa vado in bestia passo direttamente al dialetto... li’ si’ che riesco finalmente a dire chiaramente quello che penso, senza tanti mezzi termini.
   Ho imparato ad amare i gallesi perche’ gente dura e tenace, abituati a lavorare nelle viscere della terra, nel buio pesto delle miniere di carbone e cobalto; ad ammirare i Welsh farmers, i pastori temprati  da una vita di difficolta’, sempre in balia degli elementi  e dei tifoni  che qui arrivano direttamente dall’Atlantico perche’ non ci sono montagne alte a sbarrare loro la strada.
   Ho assimilato la pazienza britannica e non solo nell’aspettare il mio turno in fila senza sbuffare indispettita o peggio zizagare tra le persone per infilarmi in pole-position. Ho anche capito da tempo che mi conviene  accettare con un sorriso certi pregiudizi verso gli italiani (si sa, quelli sono duri a morire!) e  sentirmi salutare con un Ciao Bella non appena capiscono che sono di italiche origini. Realta’ vuole che quando sei qui rappresenti il tuo Paese e devi essere pronta a spiegare certe scelte politiche o atteggiamenti nazionali che tu stessa non approvi o che a malapena riesci a decifrare.
   Ho imparato a cliccare automaticamente sull’emisfero sinistro del cervello anziche’ su quello di destra, piu’ familiare e istintivo. Oltre a guidare, camminare, nuotare, biciclettare a sinistra, qui quando ti  salutano ti baciano da sinistra a destra. Ma non solo quello. E’ tutto un mondo concepito da un punto di vista diverso e non per niente l’emisfero di sinistra e’ quello della logica e della razionalita’ e quello di destra della creativita’, della spiritualita’ e del sogno. Insomma ho sempre fatto una gran fatica ad adattarmi al British savoir- faire e restare con i piedi ben piantati per terra.
   Ho anche ammirato e poi acquisito il principio della tolleranza verso tutto cio’ che e’ diverso da me. Questo ha significato il non girarmi incuriosita per osservare una coppia di uomini o di donne che cammina tenendosi stretti per mano o che si scambia un bacio. Ma anche e soprattutto il rispetto, perche’ si sa che la tollerenza non puo’ esistere senza il rispetto per l’ essere umano. E cosi’ ho imparato a considerare che nella vita siamo tutti diversi ma intimamente interconnessi, legati l’uno all’altro come in un gioco di domino. Qui ho capito che il giudizio inflessibile non puo’ portare a nulla di buono.
   Ho soprattutto incrementato la mia self-confidence, la confidenza del mio essere donna, oggetto esattamente della stessa stima, attenzione e considerazione che si ha per un uomo. Ne ho avuto la conferma un giorno parlando con i builders,i muratori che erano venuti a sistemare il portico. Avevo spiegato loro che mio marito non era in casa e cosi’ anziche’ rispondermi che, vabbe’, ne avrebbero parlato con lui il giorno dopo (cosa che sinceramente speravo), no... assieme all’architetto hanno cominciato a spiegarmi per filo e per segno che cosa non andava e quindi mi chiesero di prendere una decisione li’ su due piedi. Li guardai stupefatta e  non solo per il fatto che non avevo capito un’acca. Ma come.... balbettai .... io? ... E poi ecco, la stupidita’ fatta persona, l’abitudine al nascondermi  “dietro le quinte”: “Ma io sono una donna e non ne so di queste cose.”  La loro risposta arrivo’ diretta come un siluro: “Guardi che in questo Paese siamo abituati a considerare l’opinione delle donne.”
Che cosa c’e’ di diverso allora? Che cosa e’ cambiato in tutto questo mi chiedo?
   E’ il fatto che questa mattina l’Inghilterra si e’ svegliata diversa: piu’ chiusa su stessa e meno open-minded , meno aperta di vedute. C’e’ che il Referendum sull’Europa ha diviso una nazione. C’e’ il fatto che sono amareggiata. Di piu’, rattristata. Di piu’, preoccupata. No, di piu’. Sono delusa. Delusa da questa Gran Bretagna che avevo imparato ad amare e a considerare un po’  come la mia seconda patria. Per la prima volta mi sento a disagio e il senso di diversita’ ha cominciato ad insinuarsi dentro di me come la nebbia leggera del mattino. La campagna referendaria ha puntato tutto sulla paura e l’invidia. La paura dell’immigrazione - ed ecco perche’ oggi mi sento un po’ meno welcome , meno benvenuta e piu’ foreigner, straniera - l’invidia verso l’establishment e cioe’ verso tutto cio’ che Londra rappresenta. In queste valli l’Europa e la globalizzazione non sembrano aver portato benefici evidenti.
   Gia’ mi sentivo a mio agio in questo Paese in cui abito, il Galles, che avevo iniziato a chiamare home, casa. In questa terra dai vasti pascoli che profumano di erica e sambuco,  dove l’orizzonte si allunga come una gigantesca ombra verde fino a toccare il cielo e il mare. Oggi il Galles si riscopre meno tollerante e piu’ razzista, piu’ povero e sempre piu’ furioso contro i politici, i ricchi, i benestanti, i capitalisti che abitano nella City. Oggi il Galles, che ha votato contro l’Europa, si riscopre tutto sommato non cosi’ diverso da altri Paesi europei dove spirano i forti venti del nazionalismo e del razzismo.
   Oggi mi chiedo se la Gran Bretagna e in particolare il Galles che amavo e avevo fatto mio, siano in realta’ un prodotto della mia fantasia , qualcosa che ho idealizzato cosi’ come a volte si idealizza un uomo o una donna e poi si scoprono lati e spigoli del carattere che ci fanno disinnamorare.  Arrriva un giorno in cui ti chiedi: amo ancora questo Paese? Ma allora mi sono sbagliata io? Forse non sono riuscita a capire, a vedere fino in fondo la realta’?   Time will tell! Il tempo lo dira’ se le qualita’ che amo in questa gente riemergeranno dalle acque torbide che al momento sembrano prevalere.
   Mio fratello mi ha fatto notare: "Anche duemila anni fa c’e’ stato un Referendum a Gerusalemme e quella volta ha vinto Barabba! Non sempre un Referendum e' prova di democrazia."
 

"To build may have to be a slow and laborious task of years.To destroy can be a thoughtless act of a single day."
"Costruire puo' essere un compito lento e laborioso di anni. Distruggere puo' essere un atto avventato di un singolo giorno"
Winston Churchill, 29 September 1959

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lunedì 23 novembre 2015

Dov'e' la mia casa?


Questo post e' stato pubblicato su www.amichedifuso.com, il sito delle donne italiane all'estero, e sull'Antologia AA.VV. L'Altro, opere sulla diversita' del genere umano, di BraviAutori.it, 2016

 "La patria di un uomo che può scegliere è là dove arrivano le nubi più vaste" A. Malraux

L’inglese l’ho sempre amato e non solo come lingua. Shakespeare, Jane Austen, Joyce… sono autori che continuano ad affascinarmi. E infatti in inglese mi ci sono laureata e ho dedicato parte della mia vita ad insegnarlo agli altri. Ma gli inglesi? No, quelli proprio no: smilzi e pallidi come un lenzuolo. Quando mi hanno presentato colui che sarebbe diventato mio marito è proprio così che ho pensato: non fa per me! Ma come dice il vecchio adagio? Mai dire mai!

   Ed è così che sette anni dopo mi ritrovo a vivere tra i visi pallidi, nel Paese del vento e della pioggia. Le mie fedeli amiche italiane non perdono occasione per rammentarmelo: “ah…ah…ah… chi l’avrebbe mai detto?” Spesso me lo chiedo anch’io, chi l’avrebbe mai detto? L’espatrio non era certo nei miei piani. Comunque non al seguito di un uomo. Mi ero appena sistemata in un nuovo appartamento così da essere in posizione strategica tra il posto di lavoro e i luoghi per le attività del mio tempo libero. Insomma ero organizzata in una vita da single, libera e indipendente, abituata ad avere l’armadio zeppo e il frigorifero costantemente vuoto.

   Il villaggio in cui vivo ora non conta neppure duecento anime. Si trova nella Valle di Glamorgan a Sud del Galles, dove ci sono più pecore che abitanti. Al centro del paesino c’è uno stagno con due coppie di anatre germano reali, dal quale si dipartono a raggiera sei vicoli abitati. Abbiamo una chiesetta del 1.100 e un pub quasi altrettanto vecchio che ha appena riaperto i battenti dopo due anni di inattività dovuta ai pochi avventori.
   La vita qui scorre tranquilla tra chiacchiere e tea parties. Trovo che i gallesi siano molto friendly, senza il riserbo e l’impassibilità che spesso contraddistinguono i cugini inglesi. Capita infatti che te li ritrovi in cucina, proprio così, entrati senza preavviso…. un po’ come succedeva da noi prima che subentrasse la fobia dei ladri. Quando vado a farmi un giro in bici (tempo permettendo!), in venti minuti raggiungo la costa frastagliata e mi inebrio la vista e il cuore. Mi riempio i polmoni del sapore salmastro dell’oceano.
    Vabbé, all’inizio non è stato facile. Direi che è come imparare ad andare in bicicletta: cadi, ti fai qualche livido ma poi ti rimetti in sella e ci riprovi, finché non trovi l’equilibrio. E’ allora che ti godi il senso di libertà. A volte succede anche che mi senta un po’ tagliata fuori: la capitale è un miraggio lontano (andare a Londra da qui è un’impresa) e l’Italia non è sempre facile da raggiungere, devo affidarmi alla Ryanair, compagnia aerea che però smette i voli da novembre a Pasqua.
   Adesso, se proprio la devo dire tutta (la verità) ci sono certe idiosincrasie degli inglesi che ancora non riesco a mandar giù. Vanno sempre a sinistra –a piedi, in bici, in macchina, a cavallo, a nuoto, per le scale – fuorché in politica (non secondo i canoni europei). E poi affettano il panettone come fosse prosciutto crudo e il crudo come fosse un panettone. Senza parlare del fatto che sono sempre bastian contrario: l’euro NO, l’ Europa? … uhm… Not sure, NO feste comandate infrasettimanali, NO miscelatori per i rubinetti dell’acqua calda e fredda e … NO bidet! Giusto per elencarne qualcuna…
   Ma alla fine mi dico “eddai, che importanza hanno tutte queste bizzarrie britanniche?” E’ qui, precisamente in questa terra di Celti e di nomi impossibili (mi ci sono voluti due anni solo per riuscire a pronunciare il nome del mio villaggio), è proprio qui, tra i pascoli e le nuvole sempre in movimento, che ho trovato la mia serenità, il rispetto, l’amicizia, l’affetto e soprattutto … l’amore.
Ho trascorso le vacanze nella mia cittadina natia, nel Veneto orientale. Come sempre in pochi giorni devi farci stare un sacco di cose, la famiglia, gli amici. E’ bello riassaporare vecchi ricordi, cibi e aromi; rivedere luoghi e persone care. Insieme si chiacchiera, si mangia, si ride. Ma ecco che, inaspettatamente, una parte di me si estranea. D’un tratto mi sento un po’ the odd one out, come dire un’intrusa nel gruppo. Sono qui tra gente che conosco da una vita ma è come se non ci fossi.
   Il diavoletto che è dentro di me riaffiora e comincia a guardarsi attorno con quel senso critico che avevo sempre destinato agli inglesi. Così ora fatico a ritrovarmi nelle infinite discussioni con i miei connazionali, nelle solite diatribe politiche italiane (ma perché si scaldano tutti così tanto?) o negli infuocati discorsi sugli extracomunitari (ma sono davvero la causa dei problemi italiani? Hanno mai provato questi signori che cosa significa vivere all’estero ed essere tu stessa una migrante?) o ancora una serpeggiante arroganza scambiata per orgoglio nazionale…
   Dov’è la mia casa? mi vien fatto di chiedermi allora come il vecchietto nel film Amarcord di Fellini. Mi sento anch’io immersa nella nebbia, in una foschia emozionale che confonde il mio senso di appartenenza. Dov’è la mia casa, in Gran Bretagna dove vivo o in Italia dove sono nata e cresciuta? Finirà mai questo zigzagare fisico ed emotivo tra una sponda e l’altra del mare? O forse questo sentimento che provo si riconduce in realtà ad un cerchio, metafora di un viaggio che mi riporta perennemente a ripartire e a ricominciare? Pensieri ad alta voce …
    “Your home is with me, no matter where we are. La tua casa è con me, non importa dove siamo” suggerisce serafico mio marito dalla sua armchair…

E tu che ne pensi? Dov'e' la tua casa?

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mercoledì 8 luglio 2015

E vissero felici e contenti


“Laura, vieni in chiesa domenica mattina?” L’invito di Kathy, la moglie del nostro vicario (a differenza dei ‘cugini’ cattolici i sacerdoti anglicani sono sposati con prole) mi aveva colto di sorpresa. Ci eravamo incrociate per caso al banco del pesce da Tesco, il locale supermercato.
   “Ma, veramente....” cercai di tergiversare.
   “Come on" m'incalzo' lei "ci sara’ il pet service. Credo che ti piacera’...”.
   “Pet... cosa?” le chiesi perplessa. Sapevo che pet e’ il termine generico per animali domestici e che service significa messa. Ma che senso aveva... la messa degli animali?
   “Certo” mi spiego’ Kathy paziente, intercettando forse la titubanza di un’italiana cresciuta in un diverso ambiente (nello specifico cattolico di tradizione) e non sempre pronta ad abbracciare manifestazioni della cultura autoctona. “Ogni anno celebriamo nella chiesetta del villaggio una messa speciale per festeggiare i nostri fedeli amici animali. Per la maggior parte si tratta di compagni a quattro zampe, grandi e piccoli: cani, gatti, conigli, tartarughe ... ma anche pesciolini rossi o pappagallini. Insomma tutti gli animali che condividono la nostra quotidianita’ sono invitati all’altare per celebrare God’s Creation”.
   Non era la prima volta. Puntualmente venivo invitata non solo alla messa domenicale ma anche a tea e soup parties tenuti all’interno dell’antica chiesetta, nello spazio tra l’altare e i banchi dei fedeli. Sono appuntamenti in cui la piccola congregazione si ritrova per sorseggiare il te’, assaggiare dolci o degustare zuppe fumanti, il tutto organizzato dalle donne del villaggio. Lo scopo e’ quello di conoscersi, socializzare, rafforzare lo spirito comunitario e raccogliere donazioni per la chiesa.
   Nonostante i dichiarati buoni propositi, queste iniziative mi hanno spesso lasciata sospesa in un dubbio amletico: se da un lato apprezzo il desiderio di volermi includere nel loro mondo, dall’altro tendo a considerarle delle stravaganze anglosassoni. Robe da non credersi - pensai allora tra me - mangiare e bere in chiesa e ora anche gli animali ... Ma guarda questi quante se ne inventano pur di riempire i banchi della chiesa...  Infatti c’e’ da sapere che i britannici raramente mettono piede nei luoghi di culto se non per matrimoni, battesimi e funerali. Secondo una recente statistica, solo il 6% della popolazione attende ai riti religiosi, con un’eta’ media di 51 anni.  
   A meta’ tra lo scettico e il curioso decisi comunque di accettare l’invito della ‘vicaria’. Se non fosse che di pets non ne avevo. La mia gatta, la storica Bigia, l’avevo lasciata a casa di Franco, il mio vicino, quando mi trasferii in Galles cinque anni prima (non senza un comprensibile trauma affettivo). Franco l’adora, ricambiato. Tant’e’ che da allora la Bigia non mi degnava piu’ di uno sguardo. Quando rientravo in Italia lei faceva la smorfiosa e scappava via oppure, se ero fortunata, arruffava il pelo e mi piantava le unghie nella pelle. Insomma, non mi aveva ancora perdonato lo sgarro di essermene andata.  Cosi’ quella domenica pensai che una benedizione dal vicario le avrebbe fatto proprio bene. E partii per il pet service con la foto della Bigia.
   




 
Bigia

  
In chiesa sembrava di essere entrati nella sala d’attesa di un veterinario. Stesso odore animale, cani scodinzolanti, occhi felini che ti scrutavano, criceti a correre forsennati su una piccola ruota e poi pesciolini rossi in vaschetta, conigli e quant’altro...  Solo che qui avevano tutti un aspetto piu’ rilassato e felice, soprattutto i proprietari per la maggior parte bambini.      Be praised, my Lord, through all Your creatures... Come non riconoscere il Cantico delle Creature di San Francesco: Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature ... Mi ricordai allora che in terra italica, a Siena, si benedicono i cavalli in chiesa prima del Palio e poi rividi antichi affreschi e vecchie letture secondo le quali in passato nelle nostre chiese si benedivano mucche e porcelli perche’ la morte di uno di questi animali avrebbe causato un disastro economico alla famiglia. Cosi’ con questo pensiero in mente mi avvicinai all’altare tra adulti sorridenti, bimbi esultanti e animali festanti per la benedizione del vicario e un corale Hosannah, Alleluiah!
   Tutto questo succedeva esattamente un anno fa. Quest’anno non sono potuta recarmi all’annuale appuntamento del pet service. Peccato, perche’ e’ successa una cosa che ha dell’incredibile. Ora ve la racconto per filo e per segno, cosi’ come me l’ha riferita Kathy, la moglie del vicario, incrociata anche questa volta per caso dal panettiere.
   Due bambini hanno chiesto al vicario di poter tenere in chiesa uno speciale wedding, ossia il matrimonio tra i loro due cagnolini, Pepper e Wilf. Cerimonia di nozze che si e’ celebrata con la benedizione della coppia nuziale seduta su apposite sedie di velluto rosso, la chiesa decorata per l’occasione e le foto di rito per immortalare l’evento. Il vicario ha poi pronunciato una preghiera speciale per i due insoliti innamorati, presente la comunita’di fedeli. Improvvisamente, ad omaggiare i novelli sposi, si sono presentate alla porta della chiesetta (ospiti non invitate) le quattro papere dal vicino stagno, in fila indiana, impettite e scintillanti nella loro livrea. E per un attimo si e’ temuto una cagnara (e’ proprio il caso di dirlo).



Wilf e Pepper alla cerimonia nuziale

   Chissa’ se durera’ questo sodalizio canino - mi chiedo ora - dato che i cani sono notoriamente dei maschi infedeli...
Ah, dimenticavo di dirvi che sara’ pure una coincidenza, ma dal giorno della benedizione della foto al pet service, la Bigia (che ha compiuto a giugno 14 anni suonati) sembra diventata un tantino piu’ mansueta...


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E vissero felici e contenti!


 

 

domenica 14 giugno 2015

Va' dove ti porta il cuore


Guest Post: Serena Australia, www.amichedifuso.com

 

 

Sapete?
Non siamo tutti uguali.
Non cerchiamo tutti le stesse cose.
Dovrebbe essere scontato.
Non lo è.


E’ una cosa dannatamente difficile da far capire.

Il nero e il bianco funzionano finché sei piccolo, magari fino ai tempi dell’Università.
Inizi a vedere le sfumature di grigio quando arrivi a qualche piccolo compromesso sul lavoro, lavorando fianco a fianco con una persona che ti piace poco o quando vai avanti con il tuo ragazzo malgrado qualche sua pecca.
Che lui magari lascia i calzini per terra e tu avevi promesso a te stessa che a te nessuno l’avrebbe mai fatta una mancanza simile.
Ma sei arrivata alla fase delle sfumature e certi tuoi spigoli li hai smussati.
Questo è il gioco.


Mi hanno detto che è strano.
Ma non lo è.
Me l’hanno detto in pochi, in verità.
Ma l’hanno fatto.
Perché sono nove mesi che siamo qui e non rimpiangiamo niente, non torneremmo mai indietro.
Perché penso all’Italia e non provo nostalgia.
Provo ben altro.
Provo sollievo!
Non è triste?
Non è orribile?
Era casa mia.


Siamo diversi, l’ho detto, questa sono io e questo è ciò che provo.
Mi sento impopolare a gridare ad alta voce, o peggio a lasciarne traccia qui, nero su bianco, che l’Italia non è per me.
E che no, non mi sento per questo migliore di altri.
Di chi è rimasto.
Di chi se ne è andato e poi è tornato.
Men che meno di chi si sente a casa lì dove è nato e cresciuto.


Sono solo io, concentrata su quello che sento.
Sento che l’Italia non è cosa per me e che non ci tornerei.
Ho imparato ad ascoltarmi.
Ed è meno faticoso che dover seguire orme e valori degli altri.


“Io non lo farei!”
Non farlo!
Non sarò io a dirti come vivere o cosa provare.


Ho altre cose a cui badare.
Infatti sono qui.
Dall’altra parte del mondo.
Beata, anche nove mesi dopo.
Vorrei potervi invitare tutti in Australia e farvela vedere.
Farvi scoprire ben più di quello che fino ad ora ho visto, farvela girare come per ora non ho potuto fare, farvela guardare al tramonto, di notte con le stelle e di giorno con il sole.
Vorrei farvi provare tutti i locali nei quali mi sento di casa, assaggiare quei piatti di cui non so più fare a meno.
Trascinarvi per le strade del centro per indicarvi quell’artista di strada che mi piace tanto, che ci fermiamo ad ascoltare assieme ad altri come noi, seduti sui gradini o molleggiando sui piedi.
Beati


Vedeste i parchi che ho visto, l’erba che ho calpestato, il sole e tutta la pioggia presa.
Vedeste il mare e le spiagge immense.
Il cielo.
I grattacieli.
Le luci.
La natura.
La frutta strana, il bush, i koala, i wombats e gli altissimi canguri.
Vedeste la gente di qui, che ti parla, che ti ferma, che ti sorride.


 




Vorrei farvi vedere le persone che ho incontrato, catapultarvi nel cuore di certe serate e farvi sentire come mi sento io.
In pace, felice, sollevata.
Al posto giusto.


Per me l’Australia è stata una scommessa.
Siamo partiti lasciando tutto perché tutto avevamo, convinti di trovare lavoro e di poter ricominciare.
Mi guardo indietro e penso che eravamo due pazzi.
Due come noi!!
Con il passo sempre appesantito da giganteschi ed inutili piedi di piombo.
E invece basta!!
Finalmente liberi di pensare.
Avevamo paura, certo, ma ci credevamo.
Siamo arrivati qui ed è successo.
Abbiamo trovato lavoro, ci siamo integrati, fatti tanti amici e tirato più di un sospiro di sollievo.
E allora quelli che ci chiamavano pazzi, non tutti, certo, adesso ci vedono sempre sorridenti e dicono che siamo stati coraggiosi.
Cosa che siamo, sì, ma non come intendono loro.


Vorrei farvi vedere l’Australia come la vedo io perché forse vi sarebbe più facile capire che per me questa è Casa.
Casa è il luogo dove vuoi vivere e a cui senti di appartenere.
Dove vuoi lasciare le tue cose.
Ed io ne ho tante di cose che aspettano di ritrovare il proprio posto.
Casa è dove ti senti di edificare.
Di costruire.
Ed io lo voglio così tanto e lo voglio qui.


Resto una piantina che vuol mettere le radici, che tende ad appropriarsi del terreno che le piace, quando lo percepisce come morbido e familiare.
Mi piace viaggiare, mi piace preparare e disfare la valigia ma non pensavo ad una vita da expat.
Confidavo in una spedizione unica, noi e le nostre cose, indirizzati verso quel posto da chiamare Casa.
Che crediamo di aver trovato.


Quindi è con difficoltà che scrivo che forse, probabilmente, sicuramente, tra qualche mese mi leggerete dalla Scozia e non più dalla mia Melbourne.
Non più dalla mia Australia.


Stasera guardo la mia città e penso che assieme siamo perfette.
Che mi mancherà per sempre e non la dimenticherò mai.
L’ho scelta come Casa mia tra tante dimore possibili.
Sì.
Cercheremo di tornare.
Ma chissà.
Dopotutto pensavamo di restare.
E invece…
Andiamo via.


Anche se era il mio posto.


E voi siete dove vorreste essere?

Non dovremmo proprio mai smettere di chiedercelo.


Copyright by Serena Australia, pubblicato su www.amichedifuso.com
 

sabato 23 maggio 2015

103 anni e non sentirli


How are you today?
Pubblicato sulla rivista Trovarsi, Associazione Anziani e Pensionati Giorgione, Ottobre 2015


La mia vicina di casa si chiama Edie e il 7 di maggio ha spento centotre’ candeline. Ora immaginiamo la tipica nonnina, un po’ fragile e malferma nelle gambe che con l’eta’ ha perso si’ una certa dimestichezza con date, numeri e nomi, ma che ha raggiunto, grazie alle innumerevoli esperienze di vita, il dono della ponderatezza e della cordialita’. Insomma un’anziana signora dalle mille rughe ma dal cuore grande e benevolo.  Giusto? Bene, niente di tutto questo!
   Edie ha la capacita’ di freddare con una sola delle sue sulfuree battute ogni stereotipo sull’anziano che potrebbe albergare nella mente di chi, per ingenuita’ e un po’ per inesperienza, non ha ancora avuto la fortuna (o sfortuna) di incrociare il suo cammino. C’e’ un aggettivo in inglese che la definisce bene, cantankerous, detto di persona dal carattere spigoloso e irascibile, che in veneto si traduce semplicemente con... cancara. Quindi quel pomeriggio del 7 maggio, son partita preparata per andarla a festeggiare e armata di ...santa pazienza!

   Edie se ne stava seduta sulla sua poltroncina a fiori, attorniata da parenti e vicini, che a turno si facevano fotografare con l’ultracentenaria. Lei sorrideva inorgoglita (chi non lo sarebbe?), sul piatto una fettina di torta al cioccolato, il te’ e l’immancabile... bicchiere di whisky. Si perche’ Nan, ovvero nonna come la chiamano i nipoti con i quali vive, e’ solita accompagnare la consueta tazza di te’ anziche’ con il latte (come vuole la tradizione inglese) con una buona dose di ...whisky. Rito che si ripete giornalmente al mattino, pomeriggio e sera. Fate un po’ i conti e capirete che la bisnonna si scola quasi una bottiglia di whisky a settimana...

   Non ha un brand preferito. Scotch, malt, bourbon... fanno tutti al caso suo. Tant’e’ che i nipoti preoccupati del vizietto della signora (e su stretto consiglio del medico) un bel giorno decidono di nasconderle la bottiglia. Al che’ Nan, che questa proprio non riusciva a mandarla giu’, la mattina successiva ha infilato nell’ abituale tazzina un biglietto da 10 sterline... con il chiaro invito (in seguito reso esplicito a gran voce) a provvedere immediatamente a rifornirla dell’amato superalcolico, pena la minaccia di cancellare l’intera famiglia dal suo testamento. Immaginate chi l’ha vinta...
   A proposito di testamento, Edie ha gia’ lasciato scritto nero su bianco, tra le varie cose, che il giorno (lontano) in cui dovesse esalare l’ultimo respiro, il suo corpo non dovra’ essere tumulato o cremato bensi’ affidato alla scienza medica, esattamente alla Cardiff University Hospital i cui esperti avranno il compito di vivisezionare  il suo cervello per cercare di carpire il segreto della sua longevita’. Sopra il letto Nan ha una placca con la scritta I intend to live forever, Intendo vivere per l’eternita’.

   Edie e’ nata nell’anno della sciagura del Titanic, il 1912, all’epoca dei fasti dell’Impero Britannico. In queste valli rurali del Galles, ai confini della ricca e urbana Inghilterra, ha trascorso tutta la sua vita. Sopravvissuta a due guerre mondiali e suddita di ben cinque monarchi, e’ stata testimone della rapida ascesa economica del Galles (grazie alle industrie del carbone e dell’acciaio), e del suo altrettanto rapido declino. Qui ha conosciuto Agatha Christie, che veniva regolarmente nella Valle di Glamorgan per trovare la figlia Rosalind.
   Ma torniamo alla festa di compleanno.
   “Am I the oldest one in Wales? Sono la piu’ anziana del Galles?” ho sentito che chiedeva al nipote con quella sua caratteristica voce dal tono asciutto e un po’graffiante.  
   “No...” le risponde lui sorridendo “... non credo.”
   “Well...” intima Nan con sguardo contrariato, “di’ agli altri di sbrigarsi a morire cosi’  saro’ io la piu’ anziana in Galles!”
  
   Quando e’ il mio turno per omaggiarla sono alquanto sulle spine. Mi presento (non si ricorda mai di me) e le parlo lentamente. Ma lei non sembra prestarmi attenzione. Che sia il mio accento non perfettamente British? Oppure non ci sente bene? Cosi’ alzo un tantino la voce e le ripeto, How are you today? Are you enjoying your birthday? E’ allora che Edie si gira e mi punta i suoi occhietti verdi da folletto indispettito: “My dear” sbotta “I’m old, I’m not stupid. Saro’ anche vecchia ma non sono stupida.” Al che decido di togliere il disturbo.
  
   Ricordo ancora il grande Birthday Party organizzato dal nostro villaggio per festeggiare i suoi cento anni. Gli uomini allestirono un grande tendone bianco sul prato di fronte alla sua casa e noi donne ci alternammo ai fornelli. Quel giorno Edie era nel suo elemento. Sfoggiava il telegramma di auguri ricevuto per l’occasione da Sua Altezza Reale la Regina Elisabetta. Le maggiori distillerie inglesi di whisky (su esortazione dei giovani nipoti) le avevano inviato in regalo una cassetta di whisky ciascuna, alcune con stampato il nome Edie sulle bottiglie!

   Per l’occasione arrivarono alcune autorita’ politiche e ognuna di loro si alternava alla sedia accanto alla poltrona di Nan per ossequiarla. Quando fu il turno di un noto Parlamentare gallese che, presenti giornalista e fotografo, le stava esprimendo tutta l’ ammirazione e il rispetto per la vetusta eta’, lei si giro’ di scatto verso il nipote, alzo’ il tono di voce e ordino’: “Mandalo via immediatamente perche’ mi sta annoiando a morte!” La matriarca di quattro generazioni ha senz’altro il diritto di infischiarsene del ... politically correct.
   I festeggiamenti per il centenario andarono avanti fino a tarda sera, con fuochi d’artificio e la musica di una giovane band locale. Ad un certo punto Nan decise che era arrivata per lei l’ora di ritirarsi, ma non riuscendo a chiudere occhio per il gran baccano decise che ne aveva abbastanza e ... stacco’ la spina. Si’ proprio la spina che collegava musica e luci, lasciando tutti gli ospiti del villaggio improvvisamente al buio e in rigoroso silenzio.

   Che dire? Lunga vita alla signora!

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Festa per i 100 anni
Birthday Party al villaggio