giovedì 25 ottobre 2018

Recensioni

Recensione Comisso 15 righe, 2019

 Migrante per sempre di Chiara Ingrao, Baldini e Castoldi

Può risultare difficile per un migrante moderno (come lo sono io) identificarsi con Lina, la protagonista di questo romanzo storico, e la sua famiglia di migranti siciliani nel dopoguerra. Migrare negli anni 50 era un salto nel buio: per trovare un lavoro il padre di Lina parte nella notte con un compare dalla Sicilia contadina verso il Nord, attraversano da clandestini le frontiere di mezza Europa e approdano in Germania, Paese sconosciuto. Nell’Europa di oggi non esistono frontiere e grazie all’Internet un migrante sa esattamente dove andrà a finire. Solo i pregiudizi verso gli stranieri rimangono gli stessi. Anzi, i sentimenti di ostilità crescono in modo esponenziale con l’aumentare del volume delle migrazioni. Dobbiamo arrivare verso la fine del romanzo, quando Lina rientra in Italia da sposata e con un figlio, per riconoscere dentro di noi, migranti di oggi, lo stesso senso di estraneità che la fa sentire più straniera che in Germania. Questo perché, come ci fa capire l’autrice, la vera mutazione avviene dentro l’anima del migrante. Dal momento in cui uno ha fatto le valigie si trasforma in una persona perennemente in transito. “Chi è stata migrante resta migrante per sempre.”


Recentemente ho pubblicato su Facebook  due recensioni su due libri che concorrevano al Premio Comisso 2018. Si trattava di scrivere un commento di 15 righe su un libro di propria scelta. Ne ho selezionati due:
-Storia di alberi e della loro terra di Matteo Melchiorre
-Il narratore di verita' di Tiziana D' Oppido
e qui di seguito vi propongo le rispettive recensioni. L'ultima e' tra le cinque recensioni che hanno vinto il  premio Comisso 15 righe.

In Storia di alberi e della loro terra Matteo Melchiorre- l’io narrante autobiografico- prende come spunto l’abbattimento di alberi-totem, quali il secolare olmo detto Alberòn o il sacerdotale pioppo di casa, per costruire una metafora universale sulla Guerra odierna tra l’uomo e la natura, tra la civiltà che avanza inesorabile a colpi di accetta e bitume e la necessità di salvaguardare il nostro habitat ed ecosistema. Nello specifico questo succede a Tomo, paese delle Prealpi feltrine, ma non solo. Che cosa rappresentano dunque gli alberi per l’uomo? Nel suo libro, che si legge tutto d’un fiato e non vorresti mai che finisse, lo scrittore ci propone le sue risposte attraverso il racconto della sua storia personale. Lo fa con l’onestà e il rigore di uno storico di professione, alternando simpatici aneddoti ed espressioni dialettali a citazioni erudite e precisi rimandi bibliografici. Ma soprattutto lo fa con la passione di chi tra questi boschi ci è nato e cresciuto. È una storia di alberi e delle loro genti, di memoria storica e collettiva aggrappata alle loro fronde, del vuoto spaziale ed emotivo che questi giganti lasciano nella comunità se abbattuti dal vento o dalla scure dell’uomo. Da una parte la natura che esprime radicamento e dall’altra il futuro che significa sradicamento di alberi ma anche del nostro passato e di ciò che da sempre ci lega alla terra. La battaglia continua.

Il Narratore di verità di Tiziana D’Oppido è atterrato in questa remota valle celtica in un pomeriggio di pioggia. Impaziente, lo libero dall’ingombro Amazon, ne accarezzo con emozione le pagine e mi lascio trasportare in un’altra valle, la Val Brodima, dove due imprenditori italiani avidi e senza scrupoli spadroneggiano con inaudita tracotanza. Arsenio Pantone, produttore di fuochi d’artificio e Gildo Blumenthal, allevatore di quaglie per la catena alimentare, si odiano apertamente e pur di raggiungere i propri fini loschi non esitano a calpestare la legge e strumentalizzare abitanti, ambiente e le reciproche famiglie. Il racconto raggiunge il suo apice quando i rispettivi figli si incontrano: Sara Pantone, viaggiatrice di fantasia, e Lucio Blumenthal, viaggiatore di mestiere, i.e. il narratore di verità. Il libro si presenta come un romanzo giallo con trama intrigante e complessa che tipicamente implica crimini, segreti, spionaggio e un mystery da risolvere. Il lettore è attivo, costantemente impegnato nel gioco di ricollegare gli indizi sparsi sapientemente tra le righe, a inferire dal metalinguaggio e rimettere insieme i tasselli narrativi di un thriller infinito, esattamente come l’enorme puzzle in cartone che Sara cerca ostinatamente di completare. La suspense ti tiene incollato fino alla fine. In un mondo sommerso dalle menzogne, Lucio - narratore di verità – ha il compito arduo di trovare la purezza sotto una coltre di inganni e fandonie. Ma la forza del romanzo sta soprattutto nel linguaggio originale e innovativo, nella ricerca quasi maniacale del vocabolo con neologismi (lumacare, spanteganare, donnamamma…) e metafore inconsuete che rivelano lo stile pionieristico dell’autrice.


Comisso15righe: 5 lettrici vincono il concorso tutto Social del Comisso 2018
C’è un “Premio Comisso” anche per Facebook, con il concorso #Comisso15righe per le migliori recensioni dei libri in concorso al XXXVII edizione del Premio Comisso, la cui finale si è tenuta sabato 6 ottobre a Palazzo dei Trecento a Treviso.
“Il Premio Comisso ha sviluppato una significativa presenza ‘social’ – spiega il Presidente dell’Associazione Amici di Comisso Ennio Bianco – e accanto al consolidato rapporto con gli autori abbiamo voluto guardare anche ai lettori, proponendo loro di scrivere un post (di massimo 15 righe, appunto) su un’opera in concorso in questa edizione del Premio (titoli e presentazione sono disponibili nel nostro sito internet). E’ un esperimento che ha avuto subito un riscontro sorprendente, per numero e qualità dei testi, che racchiudono nella brevità richiesta una recensione, un commento, un’emozione che un libro ha saputo ispirare. E’ un segnale confortante di quanto leggere rimanga necessario e importante nella vita di molti di noi ed è compito primario di un premio suggerire nuovi percorsi di lettura, con il rigore riconosciuto al Premio Comisso”.
A vincere questa prima edizione di #Comisso15righe sono state cinque donne:
Alessandra Tatine del Bailo di Roma,
per la 
recensione di “Com’è trascorsa la notte” di Filippo Tuena
Laura Massarotto Walker di Wales, UK
per la 
recensione di “Il narratore di verità” di Tiziana d’Oppido
Valentina Durante di Montebelluna
per la 
recensione di “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene
Ippolita Luzzo di Lamezia Terme
per la 
recensione di “Vinpeel degli orizzonti” di Beppe Millanta
Suor Sandra Maria del Monastero Agostiniano S. Cristiana di Santa Croce sull’Arno
per la 
recensione di “Siamo tutte ragazze madri” di Saveria Chemotti
A tutte loro un buono acquisto libri di 50 euro.

giovedì 22 febbraio 2018

Doctor Peter e la polvere di stelle

                                                                         
                                                                     
Primo Premio 2018
Ognuno di noi lascia dietro di sé una piccola appendice, effimera e invisibile, che aleggia nell’aria al nostro passaggio, evanescente come una nuvola. Può essere l’odore caratteristico del nostro corpo, oppure lo sbuffo di un profumo o anche la fragranza di un cibo appena consumato. Doctor Peter lasciava alle sue spalle una scia sottile che brillava ai raggi del sole come la bava argentea di una lumaca. Lui la chiamava star dust, polvere di stelle. In realtà erano le ceneri dell’adorata e defunta moglie Dorothy.
    Doctor Peter fu la prima persona che incontrai quando giunsi in questo borgo di campagna situato nella Valle di Glamorgan, in Galles, a sud-ovest della Gran Bretagna, in quella che da allora sarebbe divenuta la mia nuova dimora. Abitava da solo in un piccolo cottage di colore rosa antico, all’angolo tra la nostra via e lo stagno al centro del villaggio. Quel mattino di sette anni fa Doctor Peter si era affacciato alla porta di casa per vedere di persona the Italian lady, la moglie italiana che il suo amico Martyn aveva portato con sé dal Continente.
   “Croeso i Gymru!” mi disse in una lingua che non capivo. Notando il mio sconcerto accennò un sorriso e tradusse: “Welcome... Benvenuta nella terra dei Celti!” Lo guardai con inaspettato interesse. I suoi occhi, piccoli e grigi, celavano un guizzo burlone da folletto nordico. Di più: emanavano una luce luciferina che strideva con l’aria di vulnerabilità dovuta all’età e alla pelle del viso così bianca da risplendere come la luna.
   “Doctor Peter è un bel tipo,” mi disse quella sera mio marito. “In gioventù era il medico condotto del paese ma è piuttosto conosciuto in tutto il Regno Unito per essere un grande studioso e uno degli ultimi bardi, poeta-cantore del popolo celtico e delle sue tradizioni. Ma non lasciarti ingannare dalla sua cultura e men che meno dall’età.”
   Nel villaggio infatti si vociferava che Doctor Peter, vedovo di Dorothy ormai da anni, amasse corteggiare donne di gran lunga più giovani di lui. Anzi, che recentemente avesse un’amante parigina con la quale scambiava appassionate email in francese, lingua che aveva iniziato a studiare allo scopo, al corso serale dell’Università della terza età. Contro i maligni citava Virgilio: “Omnia vincit amor, l’amore non conosce ostacoli,” seguito dall’affermazione: “e poi fa bene alla salute innamorarsi da vecchi. Dovete credermi, io sono un dottore!”
    “È una delle persone più simpatiche del villaggio” concluse mio marito. “Dice ciò che gli pare e se ne infischia di quello che pensano gli altri. Te ne accorgerai presto.” Era quanto bastava per accendere il mio desiderio di approfondire la sua conoscenza. In seguito saremmo diventati buoni amici,
nonostante le differenze di generazione: Doctor Peter era sulla soglia dei novantanni.   
   La prima volta che bussai alla sua porta, fui subito assalita da un lezzo penetrante: era l’odore inconfondibile di libri vecchi, pagine d’inchiostro ingiallite dagli anni e che trasudavano umidità. Mucchi di volumi erano sparsi un pò ovunque: in bilico sopra il grande tavolo del salotto, spalancati sul sofà, in pile sgangherate sulla moquette, tra gli scaffali impolverati della massiccia libreria, così tanti che le pareti sembravano scoppiare da un momento all’altro. Con il tempo avrei appreso che quei vecchi libri polverosi costituivano in realtà preziosi tomi di storia e di medicina, alcuni in latino e altri rappresentavano copie rare del XVIII e XIX secolo. Ma sparpagliate qua e là si distinguevano anche raccolte di mitologia in lingua celtica e di poesia di autori gallesi, primo fra tutti Dylan Thomas.
   Quella sera, mentre la pioggia picchiettava contro i vetri dell’unica finestra, accomodati sulle poltrone in pelle scura del suo studio e accarezzati dalla luce fievole della lampada, mi raccontò di mondi fantastici e di creature soprannaturali che affollano il Galles: come Craig y Dinas, la grotta dove Re Artù e i suoi Cavalieri riposano in attesa di essere risvegliati per combattere e liberare il Galles dai conquistatori anglosassoni; Castell Dinas Bran, dove si dice sia nascosto il Sacro Graal; Caerfyrddin, il luogo di nascita di Mago Merlino; Ddraig Goch, il Dragone di fuoco che sventola furioso nello stendardo della Nazione....  
   Fu allora che i miei occhi si posarono su un contenitore chiuso, in ceramica, e di un colore rossastro che spiccava sopra il tavolo tra la confusione di libri. Doctor Peter sembrò seguire il mio sguardo perché mi spiegò che quel vaso era in verità un’urna che conteneva le ceneri della moglie Dorothy.
   “Vedi,” mi disse con la sua voce rauca, “siamo tutti figli di una cometa che si abbatté sulla terra milioni di anni fa, portando con sé l’acqua e quindi l’essenza di vita. Siamo fatti di polvere... polvere di stelle, star dust.” Poi proseguì con la lucidità che si riserva ai momenti fondamentali della vita:
   “Certi giorni mi piace estrarre da quell’urna un pugno di polvere di stelle di Dorothy che nascondo nella tasca della mia giacca. Poi mi reco nei luoghi dove siamo stati insieme e ne spargo un pizzico sulla spiaggia di Llantwit Major, dove ci siamo conosciuti, una piccola manciata sulla panchina di Morgam Park, dove per la prima volta baciai le sue labbra, un filo sottile nell’alta torre di
Castell Coch, il ‘castello delle follie’ dove in un giorno di primavera le dichiarai il mio amore e in ginocchio la chiesi in sposa....
    Fu così che qualche giorno dopo lo vidi scivolare come un’ombra fuori della sua porta di casa e avvicinarsi con circospezione al nostro giardino. Poi, credendo di non essere osservato, estrasse dalla tasca un pugno di polvere argentata che lentamente lasciò scivolare tra le sue dita. Ma il vento maligno fece andare gran parte della polvere di stelle sul suo viso e anche sul mio che nel frattempo l’avevo seguito. Quando se ne accorse Doctor Peter sbottò in una risata e disse: “Oggi Dorothy fa la gelosa e ha deciso di vendicarsi.
   Ma quel sentiero sottile e luminoso, come la coda argentea di una cometa, mi rammentò la celebre fiaba di Hansel e Gretel e delle briciole di pane sparse lungo il cammino per ritrovare la via di casa. Con la sua scia di cenere Doctor Peter poteva ritrovare i suoi ricordi più belli, riandare agli anni giovanili, ai giorni trascorsi con la moglie Dorothy...
   Amavo la sua compagnia: era colto, raffinato ed uno spasso starlo ad ascoltare. Una sera a cena lo sentii raccontare di quando, durante la seconda guerra mondiale, da giovane ufficiale di Sua Maestà, fosse di stanza in Malesia per combattere i Japs, i giapponesi. Allora gli chiesi se ci fosse tornato in Malesia con Dorothy dopo la guerra. “Assolutamente no” rispose.  “Avrei corso il serio rischio di incappare in giovani malesi che assomigliavano a me...” e poi scoppiò in una risata trionfale.
   Era solito punteggiare i suoi incredibili, quanto a volte inverosimili, aneddoti con un: “Devi credermi, sono un dottore!” Aveva i modi cortesi da gentleman, ma non era mai freddo come a volte possono esserlo solo gli inglesi. In breve era un socialite -come dicono qui- ossia un esponente dell’alta società che amava la mondanità, ma che si divertiva un mondo a infrangerne le regole.
   Guidava l’auto senza alcun rispetto per le norme di circolazione. A novantun anni prese una multa per eccesso di velocità e poco dopo gli fu tolta la patente perché considerato un pericolo pubblico. Era anche a capo del Gentlemen’s Club, un’associazione per soli uomini, dove –stando a quel che mi raccontava –  passavano le serate a banchettare, conversare di politica e a insaporire il tutto con bicchieri di whisky.
   Quando non riuscì più a salire le ripide scale di casa, si fece costruire un ascensore con le pareti in vetro che dal salotto, seduto comodamente sulla sua
poltrona, lo portava al piano di sopra, direttamente in camera da letto. E così, chiuso in quella scatola di vetro, lo vedevo salutare i suoi ospiti con un sorriso e scomparire piano piano con le parole: “Adieu, Addio, ora ascendo in Paradiso.” E infine: “See you, ci vediamo al mattino quando discenderò agli inferi...”
   In un freddo giorno d’inverno, Doctor Peter fu trasferito nella vicina casa di riposo, contro la sua volontà ma assecondando quella dei figli che vivevano lontano e non avevano la possibilità di accudirlo. Aveva portato con sé il cellulare con il quale si mise a chiamare taxi e amici implorandoli di riportarlo a casa. “È un inferno,” furono le ultime parole che lo sentii proferire. Subito dopo il suo cottage rosa antico fu venduto a una giovane coppia di sposi che lo ampliò e lo tinteggiò di bianco. E i suoi libri...? Ebbene, quelli finirono quasi tutti nella discarica locale.
   Oggi mi capita spesso di riandare con la memoria a Doctor Peter e alla scia argentea di star dust, la polvere di stelle che lasciava sul suo sentiero d’amore per la moglie Dorothy. E allora ripenso ai versi di Dylan Thomas (il grande poeta gallese che lui amava) dedicati al padre morente:

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e infierire al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria contro il morire della luce...*



Laura M-Walker


* Do not go gentle into that good night,
  Old age should burn and rave at close of day;
 Rage, rage against the dying of light...

sabato 20 gennaio 2018

Per Francesca




sorella maggiore di nove fratelli

Anche se di pochi anni più grande, per noi tutti eri una seconda mamma. Ancora adolescente, i nostri genitori ti avevano affidato il compito di badare ai fratelli minori e aiutarli a crescere in loro assenza, compito che sapevi assolvere con gioia e leggerezza, proprio come le fate delle fiabe che ci raccontavi.
   Succedeva infatti che mamma e papà fossero occupati al negozio fino a tarda sera e così eri tu che il pomeriggio ti sedevi paziente accanto a noi per assisterci con i compiti di scuola. Nelle lunghe sere d’inverno, in attesa che rientrassero, ci intrattenevi con il teatrino di carta colorata che avevi costruito ritagliando una scatola di scarpe, ci cantavi L’uomo in frac di Modugno, Sapore di sale e le canzoni in francese di Francoise Hardy, accompagnandoti alla chitarra o al pianoforte.
   Come un direttore d’orchestra, ti divertivi ad organizzarci in recite teatrali, danze e cori a tre voci, piccole esibizioni per accogliere i genitori quando rientravano stanchi dal lavoro e con le quali strappare loro un sorriso.
   Da piccolina fosti tu ad aiutarmi a muovere i primi passi, poi a farmi ripetere il mio nome all’infinito finché non riuscii ad articolare la temutissima erre. E infine mi insegnasti a tradurre quel nome in piccoli segni neri su un foglio a quadretti, avviandomi così alla scrittura.
      Quando giungeva l’ora di andare a letto, mi addormentavo al suono dolce della tua voce che tesseva fili incantati con trame di draghi, principi e principesse. Ricordo che un pomeriggio mi hai persino telefonato fingendo di essere Biancaneve. Quel giorno ero fuori di me dalla gioia.
   Se ero fortunata, potevo dormire nel letto accanto a te nella ‘camera delle femmine’. Dovevo solo rendermi invisibile affinché Luisa e Lolly non riuscissero a scorgermi e rispedirmi nella mia camera. Immobile, sotto le lenzuola, riscaldata dal tepore del tuo corpo, riuscivo a scorgere nel buio la luce tremolante della grande radio che filtrava da dietro una tendina. Da lì, come per magia, zampillavano suoni caleidoscopici, armonie e vibrazioni di voci lontane e inafferrabili.
   Una notte mi avvicinai a quell’oggetto magico: volevo spiare come da un oblò la vita sommersa della radio e svelare il mistero che vi si nascondeva. “Se cerchi di spostare la tendina che copre la grande radio” mi dicesti “gli gnomi folletti che abitano lì dietro si nasconderanno, le loro voci si spegneranno e la piccola luce scomparirà per sempre!”
   Erano dunque loro, gli gnomi del Paese di Biancaneve, gli artefici segreti di quell’universo fantastico, loro che abitavano dentro la grande radio e si divertivano a cantare, ballare e suonare…Erano dunque gli spiriti del bosco a tenermi compagnia con le loro voci ingarbugliate e spesso incomprensibili. Quando gli gnomi si mettevano a cantare, vedevo le mie sorelle ballare al ritmo della musica, con gli occhi sognanti e le labbra socchiuse, svolazzanti come tante fate ballerine.
   A volte le vedevo camminare tutte impettite le mie sorelle, avanti e indietro per la stanza, tenendo una pila di libri in bilico sopra la testa “per il portamento” dicevano “che deve essere sempre eretto ed elegante come quello di una regina.” Altre volte le osservavo appoggiare le mani sottili sul davanzale della finestra e, trattenendo il respiro, pennellare di rosso ad una ad una le lunghe unghie delle dita.
   Un giorno mi presentasti Roberto, il tuo fidanzatino. Era sorridente e bello quasi quanto il principe delle fiabe, ma una vocina dentro di me mi sussurrò che qualcosa in te stava cambiando. Chissà, forse un giorno saresti volata via…
   Nelle sere d’estate papà ti lasciava uscire con Roberto e gli amici a patto che io ti accompagnassi, come una piccola chaperon. Accanto a te davanti allo specchio mi preparavo anch’io, tutta trepidante e allo stesso tempo euforica, a quegli incontri tra grandi e alle passeggiate nella piazza del paese. Con il vestitino della festa addosso e il fiocco rosa tra i capelli ti chiedevo: “Tu credi che piacerò al vostro amico Cesco?” Avevo poco più di tre anni e tu quattordici.

Ora sei la nostra stella che ci guida illuminandoci il cammino.

   Grazie, cara Francesca! Splendi per sempre serena perché ci hai donato il tuo calore, la tua intelligenza e il tuo affetto. Per questo tu brillerai sempre radiosa nei nostri cuori.






sabato 24 giugno 2017

Il Bell'Antonio


Questa primavera un nuovo inquilino si è installato nel piccolo, self-contained, monolocale situato adiacente alla nostra casa, una sorta di dépendance in legno d’acero a tetto spiovente che si affaccia sul giardino e che io scherzosamente amo chiamare la Barchessa.

   Il nostro ospite è un magnifico esemplare di maschio locale, giovane e aitante, dall’andatura spavalda e lo sguardo accattivante accentuato da un ciuffo nero ribelle. Confesso che è così bello da toglierti il fiato con quella sua aria schiva e imperscrutabile.  Diciamola tutta: il nuovo arrivato ha  il fascino intrigante di un bell’Antonio di forgia gallese. Difficile non notarlo.

   La sera rincasa furtivo verso l’imbrunire e altrettanto furtivamente se ne va all’alba, senza che mai si stabilisca un minimo contatto tra noi, né uno scambio di sguardi e men che meno un chiacchiericcio. Infatti predilige l’accesso dal retro del giardino, che lo conduce indisturbato alla sua abitazione privata, piuttosto che servirsi dell’entrata principale che dà sulla via.

   Evidentemente ama difendere la sua privacy, abbiamo dedotto io e mio marito. Ma è una riservatezza così ostentata da stuzzicare in noi mille quesiti. Di fatto la sua presenza dispensa nell’aria una brezza effervescente che ha il profumo stuzzicante dell’enigma e del mistero. In casa ultimamente non si parla d’altro: ma hai visto come se la tira? Chissà dove passa le sue giornate il nostro bell’Antonio. Dici che ce l’ha una femmina con cui spassarsela...?

   Spinti dalla curiosità, al crepuscolo decidiamo di appostarci alla finestra del soggiorno che sta di fronte alla Barchessa, e da lì spiarlo attraverso un piccolo spiraglio che abbiamo lasciato ad arte tra le due tende tirate. Per non sollevare sospetti lo scrutiamo guardinghi e immobili, senza proferir parola; a portata di mano, appoggiato sul tavolino, teniamo un canocchiale così da poterci godere ogni minuzia dello stravagante spettacolo. Ma niente. Niente che ci possa fornire un benché minimo indizio sulla sua esistenza all’apparenza solitaria e routinaria.

   Devo aggiungere che in più occasioni abbiamo notato che quando il cielo si tinge di piombo, il bell’Antonio prontamente rientra nella sua casetta sospesa tra le nuvole, come se fiutasse nell’aria l’odore della pioggia imminente. L’istante in cui rincasa, tutto lucido e baldanzoso e con il petto in fuori, lascia dietro di sé un guizzo colorato, iridescente come l’arcobaleno.

   Certo che tutta la faccenda è diventata un bel dilemma. Per cercare di risolverlo abbiamo chiamato a consulto i nostri vicini. Tra una chiacchiera e l’altra, davanti ad un boccale di birra al pub del villaggio, sono scaturiti attorno al caso del bell’Antonio teoremi strampalati, illazioni tra il serio e il faceto, pettegolezzi d’ intrattenimento. Ora ve ne racconto qualcuno:

   La prima ipotesi – suggerita dal nostro amico Robin - è che si tratti di uno scapolone per scelta e che alle allettanti serate in compagnia di una femmina verace, preferisca invece trascorrere le ore notturne in superba solitudine...

   Mah, questa teoria non convince del tutto la platea; da come l’abbiamo descritto il bell’Antonio non ha esattamente l’aspetto dell’eremita...

   La seconda ipotesi – portata avanti dalla famiglia Richardon compatta - è che  il nostro nuovo ospite sia effettivamente alla caccia di una compagna o, perché no, di un compagno ma che non abbia ancora trovato chi sia degno o degna delle sue attenzioni. ‘Tuttavia,’ prosegue il capofamiglia sgranocchiando un pugno di noccioline, ‘gli consigliamo caldamente di non fare tanto il difficile e di darsi una mossa perché the clock is ticking, ossia la stagione degli amori passa in fretta e anche il bell’Antonio perderà in men che non si dica le sue belle piume.’ A questo punto, una gomitata sul fianco mi rende subito chiara l’allusione all’amico Robin di prima (che è single a quarant’anni suonati).

   E la terza ipotesi? Questa ha trovato d’accordo soprattutto gli uomini maritati. La loro teoria è che in realtà il bell’Antonio una casa ce l’abbia con tanto di moglie e figli al seguito. Lui lavora sodo tutto il santo giorno per dar da mangiare alla prole e provvedere alle necessità dell’intera famiglia. Ma la sera no...! Quando arriva l’imbrunire lui è strastufo; non ne può più di pensare a moglie, figli e suocera e si ritira nella sua casetta in collina per tirare il fiato e almeno le ore notturne starsene bell’e tranquillo senza nessuno che gli rompa l’anima...

   L’ immediata reazione delle mogli crea non poco scompiglio nel pub affollato.

   Tra una malvagità e l’altra e sonori cheers (cin cin), qualcuno mi chiede il perché del nome bell’Antonio. A questo punto prende la parola mio marito e in tono semiserio inizia a decantare ai convenuti il concetto tutto italiano del maschio bel tenebroso, vale a dire dello sciupafemmine... Apriti cielo. ‘Ma allora,’ parte in quarta il nostro vicino Paul alzandosi dalla sedia, ‘non potrebbe essere che il vostro vezzoso ospite tanto macho in realtà non sia e che come il bell’Antonio (di Brancati memoria) soffra di una forma congenita di debolezza fisica tale da mettere in serio dubbio le sue prestazioni amatoriali?’

   ‘Stupidaggini,’ taglio corto io (a questo punto si tratta di salvare la reputazione del maschio italico), ‘il nostro bell’Antonio piace e dispensa grande fascino. Le vostre sono solo insinuazioni spicciole e volgari, partorite dall’invidia di menti contorte.’

   Tornati a casa, rimaniamo di sasso nel constatare che la Barchessa è stranamente deserta. Quella sera e tutte le sere a seguire. Quasi che un uccellino avesse tweettato al bell’Antonio le nostre oscenità...

   Di fatto, il nostro adorato e tanto vituperato ospite, uno straordinario esemplare maschio di cinciallegra, non c’è più. Sparito, nel nulla... Così com’è arrivato, in punta d’ali, il bell’Antonio se n’è volato via lasciandoci irrimediabilmente con l’amaro in bocca. La Barchessa -il suo nido-casetta sospeso sotto il tetto tra le nuvole- da allora è rimasta vuota. Senza più anima.



 

  La Barchessa

  
Il Bell'Antonio in tutto il suo splendore
    

lunedì 15 maggio 2017

Stasera mi butto...


                   

 
Da qualche tempo la mia vicina Dorothy ama trascorrere le serate fuori casa. Una o due volte a settimana se ne va con le amiche a lezione di salsa cubana, baciata, rumba...  Come in una sorta di epifania emotiva, il ballo latino-americano sembra averle improvvisamente schiuso le porte di un universo fino ad allora impensabile, procurandole un ritrovato senso di libertà e, cosa assai importante, le ha ridato il sorriso e la gioia di vivere.

  Questa nuova passione infatti l’ha aiutata a superare un terremoto emotivo dopo che due anni fa il figlio Jack, vendiduenne, fu diagnosticato con una forma di tumore maligno. Quattro cicli di chemioterapia superati e una sofferenza al limite della sopportazione, la famiglia respira. Almeno per ora.

   Ma quando Dorothy rientra a casa la sera dopo il ballo, la figlia Janet esce dalla sua camera e con un moto di stizza l’apostrofa: “Mamma, ti sembra questa l’ora di rientrare? E poi vestita così, ti vedi quanto sei ridicola con i lustrini e i tacchi a spillo...? “

   Dorothy è sulla soglia dei sessantanni e ha cinque figli. Uno dopo l’altro la prole ha abbandonato il nido famigliare per rincorrere una carriera lavorativa nella capitale, Londra. Tutti tranne la più piccola, Janet, che a ventanni vive a casa con mamma e papà.

   Quando ci vediamo per il consueto té settimanale, Dorothy si lamenta della figlia Janet: “Passa le serate chiusa in camera.. con noi parla a monosillabi.. sempre con lo sguardo fisso sul tablet o sullo smart phone a chattare con gli amici, anche a tavola.... E poi continuamente con quell’aria scocciata... Sai che ti dico, di certo non assomiglia a me!”

   L’altra mia amica, Sally, di anni ne ha sessantadue. E’ vedova con due figli adulti. Il più grande, Peter, si è da poco separato ed è tornato a vivere con lei. Sally ride divertita quando l’indomani ci racconta di esserselo ritrovato davanti alla porta di casa, in pigiama e gli occhi gonfi di sonno: “Mamma,  la mezzanotte è passata da un pò, mi preoccupi. Alla tua età... si può sapere cosa ti sta succedendo? La sera arrivi a casa dopo di me...”

   Dorothy e Sally, solo alcuni esempi di donne mature accomunate dalla stessa febbre per la pista da ballo. L’età non conta quando, sulla scia di Ballando con le stelle (che qui si chiama Strictly Come Dancing), si tratta di tuffarsi nel vortice di salsa, tango e cià cià cià.

   Una sera a settimana,  le mie amiche si trasformano: indossano il vestito attillato e con le ali ai piedi scivolano in pista. Travolte da un ritmo incalzante, si buttano nell’arena tra le braccia di danzatori spesso più giovani e sconosciuti, volteggiando al ritmo di appassionate melodie afro-cubane. Con i compagni di una vita –restii a seguirle a passo di danza--  hanno raggiunto un accordo: tu esci la sera con gli amici o passi la domenica a giocare a golf? Io amo ballare.

   Semmai sono i figli che faticano a sincronizzarsi sulla nuova lunghezza d’onda delle loro mamme. Oggi la tendenza tra i giovani inglesi (e non solo) sembra quella di trascorrere il tempo libero a casa. Una generazione di figli casalinghi e sedentari che ama viaggiare più sui circuiti della rete che della strada, che preferisce muoversi tra le piste della PlayStation o conversare nelle piazze virtuali dei social media. Come amici hanno tivù, computer, tablet, smartphone o iPod. E girano perennemente schermati dagli auricolari. Uscire per socializzare vis-a-vis o praticare uno sport significherebbe dover cambiare uno stile di vita che negli ultimi dieci anni è diventato standard tra i ragazzi occidentali.

    Tuttavia, quando si tratta della generazione che ha superato da un pezzo la mezza età,  è evidente che la tendenza inizia ad invertirsi sia in Inghilterra che in Italia e nel resto d’Europa. Alle serate tra le pareti domestiche, soprattutto le donne oggi sembrano preferire l’adrenalina della pista da ballo, un microcosmo di sensualità, vitalità e frenesia in cui perdersi e sentirsi libere.

   “Ho trascorso più di trentanni a scorazzare i figli avanti e indietro, corsi di piano, nuoto, danza, feste con gli amici...” mi racconta Dorothy. “Ora sento di avere il diritto di godermi la vita. Che c’è di male? E poi ballare mi mette il buon umore!”

    “Mamma,” le dice Janet “ ma che diranno le mie amiche o peggio le loro mamme che te ne vai a ballare e mi lasci a casa da sola?”

   “Tesoro,” risponde Dorothy con un sorriso, “se una sera decidi di venire con me, ti stupirai nel constatare che non sono l’unica mamma in pista. Le tue amiche non sanno cosa si perdono!”. E poi, allungando la mano verso la figlia, “che ne dici se proviamo insieme a ‘danzare’ via la noia?”

  

De Facto:

   Secondo uno studio dell’Ofcom (l’autorità competente per le comunicazioni nel Regno Unito) il numero delle ore trascorse on line dai ragazzi inglesi è più che triplicato nell’ultimo decennio passando dalle 10 ore e 24 minuti per settimana alle 27 ore e 36 minuti, quindi una media di quasi quattro ore al giorno, alle quali vanno aggiunte le 3 o 4 ore davanti al televisore.   

   Abitudini che si rispecchiano nei giovani italiani. Secondo uno studio della Sip (Società italiana di pediatria) aumenta il numero dei ragazzi che non praticano né sport né alcuna attività fisica, una parabola discendente al crescere dell’età. Si tratta di un’ inclinazione che oggi tende ad uniformare i giovani europei in un universo comune di sedentarietà e ‘casalinghità’.

   A Dorothy dà ragione anche il New England Journal of Medicine che in una recente pubblicazione stabilisce che il ballo fa particolarmente bene agli ultrasessantenni perché, oltre agli ovvi benefici cardiovascolari, esso integra diverse funzioni cerebrali coinvolgendo le nostre capacità di coordinazione, quindi mettendo contemporaneamente in atto processi cinestetici, razionali, musicali  ed emozionali. Tutte abilità che favoriscono l’acutezza mentale, aiutano a tenerci in forma e aumentano il  nostro buonumore.

   Inoltre,  è stato dimostrato che ballare con una certa assiduità aiuta a rallentare l’invecchiamento del cervello del 76%. Di conseguenza oggi i medici considerano il ballo come un mezzo per combattere l’Alzheimer e la demenza senile, malattie destinate a raddoppiare ogni ventanni se non si trovano cure efficienti (Trinity College, Dublin, Strategies for successful ageing, Febbraio 2016, World Health Organization).

giovedì 23 febbraio 2017

Anna e Patrick




Ho trascorso alcuni giorni a Londra, zona South Kensington, ospite di mia nipote Anna e del suo ragazzo Patrick, che a dispetto del nome e’ 100% italiano. Sono una coppia giovane e molto carina - entrambi appena ventenni e innamorati. Li osservo mentre giocano, si abbracciano, si baciano... e sembrano ridersela del mondo...
   A Londra -metropoli  che non amano perche’ a loro dire troppo caotica e spersonalizzata - non hanno fatto amicizie importanti. Vivono l’uno per l’altra e gioiscono del rapporto di intimita’ e di amore che stanno costruendo insieme. Un legame forte che si spera duri nel tempo.
   Lavorano nella centralissima Baker Street, in una pizzeria italiana, assieme a ragazzi di altre nazionalita’. Tutti poco piu’ che ventenni.  Tutti a Londra per guadagnare qualche soldo (circa 5 sterline all’ora) lavorando sei giorni a settimana con turni che vanno fino a notte tarda.
   Su e giu’ dalla metro (costa dalle 32 alle 38 sterline a settimana), avanti e indietro tra i tavolini della pizzeria o sotto le scale ad impastare... sempre con il fiato corto, le loro giornate si dividono tra il sottoterra, lo smog  e le luci al neon, con rari momenti di liberta’. Nonostante lavorino gomito a gomito con gli altri ragazzi, accomunati dalla stessa snervante routine quotidiana, osservo che non si e’creato un rapporto di amicizia, men che meno di solidarieta’. Anzi....  In realta’ avverto una punta di gelosia che quasi rasenta l’astio, proprio nei confronti di Anna e Patrick.
   Allora rifletto tra me e me: come potrebbe essere altrimenti? Anna e Patrick sono nella City per volonta’ dei genitori, non per una stretta necessita’ economica. Spediti qui per farsi un’esperienza, imparare l’inglese e per... ‘svegliarsi’!  La metropoli non rientrava neppure nelle loro aspirazioni e sembrano guardare la realta’ sfiorandola in superficie.
   Per il momento sono fortunati , penso, perche’ vivono stabilmente a casa, come la maggior parte dei loro coetanei italiani: sono i genitori a provvedere alle loro esigenze fondamentali.   Il lavoro, la ricerca di un’occupazione seria e stabile, le decisioni importanti della vita, quelle verranno dopo. Diversa e’ la posizione dei tanti ragazzi che emigrano in UK per cercare lavoro e crearsi un futuro. La maggior parte di loro comincia proprio dalla ristorazione.
   Ne ho incontrati diversi  di italiani in giro per Londra: giovani ventenni ma anche trentenni che lavorano nei tanti bar, ristoranti, pizzerie... Quando avvertono la parlata italiana mi sorridono e incominciamo a chiacchierare. Alcuni sono laureati, come Michele che ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia  a Padova e ha lasciato Conegliano gia’ da alcuni anni. Ora vende liquirizia e doughnuts in uno stand di gastronomia al Borough Market nella South Bank. “Lo stipendio e’ buono e il posto e’ sicuro” mi dice, “con la mia laurea cosa avrei trovato in Italia?”.
   Oppure Andrea che fa il cameriere in un caffe’ francese a Paddington Station aspirando di passare ai servizi ospedalieri come addetto alle pulizie nelle corsie,ma con la speranza di salire la scala sociale e diventare un giorno operatore sanitario e, chissa’, magari nurse, infermiere (ma  anche qui e’ indispensabile una laurea).
   “Com’e’ oggi la situazione economica in Italia?” mi chiede qualcuno, “ pensa che sia un rischio tornare a casa? E’ migliorato qualcosa da quando siamo partiti?” Non ho saputo dare una risposta precisa. Vivo da anni qui in Gran Bretagna e nonostante torni al paese tutti gli anni, neppure io ho chiara la situazione economica o politica italiana di oggi. Certamente non quella dell’occupazione e delle opportunita’ di carriera per i giovani. Allora che dire? Cosa consigliare a chi si aspetta una risposta da te?
   Li’ per li’ mi son sentita di raccomandare loro di cercare di non vivere in un ‘ghetto italiano’ ma di frequentare circoli inglesi cosi’ da perfezionare la lingua – una buona padronanza dell’inglese  puo’ fare la differenza quando cerchi un lavoro in Italia...
   Ho anche suggerito loro di sfruttare il tempo libero (che e’ pochissimo e’ vero...) per frequentare dei corsi universitari on line (ce ne sono tantissimi e offrono una laurea, per esempio la Open University), di studiare per  ottenere delle qualifiche e avere cosi’ accesso a un posto di lavoro che non sia solo di sopravvivenza. Insomma di qualificarsi professionalmente per uscire da questo pantano...
   Mah...
   E tu, al posto mio, cosa avresti risposto?  Come avresti reagito?

                                                                
         

lunedì 16 gennaio 2017

A Giacomo



A Giacomo, fratello e anima gentile





Accendero' una candela per te,
per dissolvere il buio,
e benedire i giorni
che abbiamo trascorso insieme.

Come un faro nella notte,
la fiamma brillera'
per guidarci lungo il cammino.

Oggi accendo una candela per te,
che generosa dispensera' la luce,
mentre, gentile e silenziosa,
lentamente svanisce...